«La tv è vecchia? Da sempre è il ritornello di chi non la fa»

Il re dei presentatori risponde alla provocazione di Fiorello: per amore di battuta ucciderebbe un parente

da Roma

Alza le spalle, col sorrisetto di chi la sa lunga. Fiorello accusa la tv di essere vecchia? Di proporre sempre le stesse cose? E Pippo Baudo scuote la testa. «Ma è proprio quest’accusa a essere vecchia. È da quando esiste, che la tv è accusata di ripetersi!». Certo: riferita a lui, uno dei «padri fondatori» del tubo catodico, la polemica pare allusiva. Anzi: irriverente. Ma alla vigilia della nuova Domenica in (da oggi su Raiuno) re Pippo non s’offende. E ci scherza su. «Ho appena 72 anni, finché Mike Bongiorno sarà in tv, io sarò tranquillo».
Dunque Fiorello ha torto?
«Fiorello è un comico. E come tutti i comici per una battuta passerebbe sul cadavere di un parente. Qualche volta esce dal seminato. In verità si tratta di una querelle vecchissima: all’epoca di Craxi, suo cognato, il sindaco di Milano Pillitteri, tuonava: “Basta con i contenitori televisivi! Non se ne può più!”. Mentre continuiamo a farli, e con enorme successo. Questo dimostra che la tv è una cosa seria: la vedono tutti, mette l’acquolina in gola a tanti, e in moltissimi vorrebbero farla».
Dunque bentornata Domenica in: coi suoi 33 anni uno dei programmi maggiormente longevi...
«Ma certo: bentornato a un programma epocale, che fa parte della storia della Rai. Perché dovremmo rinunciarci? Rinnovarlo, questo sì. Aprirà Massimo Giletti, che con la sua Arena dovrà essere più forte del solito: se la vedrà con Amici della De Filippi. E chiuderò io, col nuovo Domenica in 7 giorni: un spaccato dei principali fatti di cui s’è parlato in tv nella settimana precedente, dai grandi eventi alle curiosità. Insieme a una gara di poesia e d’arte fra i telespettatori».
Pare quasi che puntiate a distinguervi sul piano dell'offerta culturale...
«In qualche modo è proprio così. Noi della Rai siamo dei temerari. Perché continuiamo a fare la tv anche se molti ci dicono che la tv è inguardabile. Perché crediamo che, al contrario, la tv possa essere utile. Qualità? La Rai può permettersela. Dirò di più: se la merita. Se alla fine di un programma, lo spettatore commenta "ecco: ho imparato una cosa che non sapevo", questo già è sufficiente a giustificare quel programma».
Perché dice che la qualità la Rai se la merita?
«Perché la gente sente la Rai come cosa propria. Quando tornai a viale Mazzini, dopo essere stato in Mediaset, la gente per strada mi diceva “bentornato a casa”».
Ma c’è un altro tipo di tv, anche Rai, che la gente sembra più subire che amare: quella della volgarità.
«In cinquant’anni di carriera (li festeggerò nel 2009) ho la presunzione di aver fatto sempre della tv “sana”. Che divertisse senza offendere; magari anche insegnando qualcosa. Lo dimostra il fatto che nessuno s’è mai sognato di propormi come ospite ai miei programmi il divo di qualche reality o qualche tronista. Nemmeno ci provano. Sanno che non li accoglierei mai».
Ma la tv di oggi non propone solo tronisti o famosi di qualche isola...
«Già. L’altro giorno ho suggerito: andate al Coni e prendete tutte le fiorettiste libere che ci sono».
E c’è invece un ospite che vorrebbe con tutte le sue forze, ma che dispera di avere?
«Berlusconi. Lo sogno da anni. Non per parlare di politica, però. Per intervistare l’uomo, il padre di famiglia, il nonno. Sono certo che anche lui si divertirebbe moltissimo».
E nei suoi progetti c’è un po’ di televisione «nuova»?
«C’è, spero, della buona televisione. In autunno la ripresa di Serata d’onore. Da gennaio il mensile I numeri uno: una prima serata al mese per parlare dei primi classificati in categorie varie: libri, film, teatro...».
Teatro, cinema, tv... Nello spettacolo lei ha fatto praticamente di tutto. Quale sogno le resta ancora da realizzare?
«Condurre il telegiornale. Mi hanno proposto di diventare direttore di rete e anche direttore generale; ma ho sempre rifiutato perché dietro una scrivania io non ci so stare. Il lettore del telegiornale, invece, lo farei di corsa. Dico sul serio. A modo mio, naturalmente: avviando un dialogo amichevole coi telespettatori, molto più morbido, meno istituzionale e paludato. Chissà: non è detto che un giorno non accada sul serio».