Twin Peaks torna ma è (troppo) uguale a se stessa

Era la primavera del 1990 quando sul piccolo schermo italiano arrivò Twin Peaks, la prima serie tv d'autore (allora non si chiamava neppure così): e fu la rivoluzione. A quel tempo non esisteva la possibilità di rivedere un programma in differita, e dunque si rese obbligatorio l'appuntamento settimanale su Canale 5 alle 20,40. Destinato a un pubblico giovane, di alto livello culturale, cinefilo, amante del genere e del film d'autore, la prima stagione del serial di David Lynch si trasformò in breve in fenomeno di massa. Un meccanismo perfetto: gli attori, la storia disseminata di indizi tipici del giallo, l'introduzione di digressioni visionarie, il buio della provincia americana, la colonna sonora originale di Angelo Badalamenti. Un successo tale da renderne necessaria una seconda stagione, già meno riuscita della prima, e persino un prequel per le sale cinematografiche, Fuoco cammina con me, presentato a Cannes nel 1992.

Per mesi la mia generazione si chiese chi avesse ucciso Laura Palmer, la biondina che di innocente aveva ben poco. In una delle ultime apparizioni fantastiche, fu proprio lei a darci appuntamento tra 25 anni.

Primavera 2017. Laura Palmer è tornata, questa volta su Sky Atlantic, e anche l'agente Dale Cooper, accompagnati da una fervente attesa perché Lynch da tempo ormai ha abbandonato il cinema per dedicarsi all'arte e alla meditazione. Per il regista di Missoula abbiamo davvero straveduto, buona parte dei suoi film hanno accompagnato la nostra vita, eppure anche lui sente gli anni. Alle soglie della vecchiaia, Lynch ha accentuato la componente verbosa, in sequenze complesse e barocche, dove la storia si perde, i personaggi finiscono in un angolo e si privilegia la bellezza fine a se stessa di inquadrature ricercate ed estetizzanti.

Twin Peaks atto terzo non sfugge al nuovo stile lynchiano, lontano parente di ciò che fu nelle prove migliori. Le prime due puntate delle diciotto in programma accentuano il suo ultimo modo di fare cinema, che capisce soltanto lui. La trama è scomposta, confusa pur continuando a risultare affascinante e attraente soprattutto per chi ricerca la bellezza tout court e non si concentra sulla storia.

Tipica la narrazione anti-lineare e concentrica, popolata da quei personaggi di secondo e terzo piano, autentici freaks deformi e borderline, in un mix visivo potentissimo che unisce quei sottogeneri cinematografici che hanno fatto lo stile e la fortuna di Lynch. Per godere appieno di Twin Peaks bisogna essere disposti a perdersi nel magma immaginifico di un talento assoluto che, non avendo più la necessità di dimostrare nulla e sedendo comodo nell'Olimpo dei grandi autori, può permettersi il lusso di fare ciò che vuole.

Nel frattempo, però, l'estetica tv è profondamente cambiata e le nuove serie, che hanno studiato il maestro Lynch, risultano oggi più incisive e al passo con i tempi. Difficile che possa ripetersi il gran successo del 1990. Guarderemo Twin Peaks con grande rispetto, seppur consapevoli che si tratta di qualcosa di congelato nel tempo e nello spazio. Una sensazione strana, davvero.