Tzipi Livni Fuoco di fila contro il ministro I pacifisti: «Criminale». E l’Iran: «Sparatele»

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A Teheran pregano Dio perché mandi qualcuno a spararle. A New York un giornalista non si fa scrupoli a definirla terrorista e una folla di pacifisti la chiama «criminale di guerra». Son tempi duri per la signora Tzipi Livni, il ministro degli Esteri israeliano bersaglio di tutti i malumori, l’ostilità e l’odio internazionale.
Ad aprir le danze ci pensa durante la preghiera di venerdì il predicatore di turno, Ahmed Jannati, augurandosi che la signora Livni incontri qualcuno deciso a piantarle un proiettile in corpo. Jannati, un falco religioso capo del Consiglio dei Guardiani, l’organo costituzionale che vigila sulle decisioni del governo, lancia i suoi strali nello spazio dedicato al sermone politico. «Ogni qual volta vedo l’immagine di quella donna spero che qualcuno si decida a sprecare una pallottola per lei».
Ma se il sinistro augurio iraniano rientra nella consueta lista di minacce, ben più sorprendente è il fuoco di fila affrontato dalla Livni nella conferenza stampa al Dipartimento di Stato di Washington. S’incomincia con qualcuno che paragona Israele al dittatore africano Mugabe per aver tenuto i giornalisti fuori Gaza. Si prosegue con domande a raffica in cui le si chiede se non ritenga che l’azione del suo esercito allontani le speranze di pace. Il clou arriva però quando un presunto giornalista legge il testo completo di un rapporto sulla situazione dei diritti umani nella Striscia e termina chiedendo da quando gli Stati Uniti ospitino «terroristi» al Dipartimento di Stato. La Livni tiene i nervi a posto, difende l’esercito e i tentativi di minimizzare le perdite civili, ma quando arriva all’uscita si deve pure sorbire i cori di “Pink Code”, un’organizzazione pacifista che la saluta al grido di «c’è un criminale di guerra nell’edificio».