«U tratturi», un fantasma al comando di Cosa nostra

Mariateresa Conti

da Palermo

Per tanto tempo, in quel misto di verità e leggenda che è stata la sua latitanza lunga quasi 43 anni - li avrebbe compiuti a settembre - è stato «u tratturi», il trattore. «Spara come un dio, peccato che abbia il cervello di una gallina», diceva di lui Luciano Liggio, contribuendo ad accreditare l'immagine del contadino tutto senso pratico e niente intelligenza. Ed invece, un po’ a sorpresa, gli ultimi dieci anni di pentitismo hanno raccontato un Bernardo Provenzano radicalmente diverso, meno rozzo ma decisamente più in linea con il ruolo di leader che il boss, specie dopo l'arresto di Totò Riina, è stato chiamato ad esercitare: un Bernardo Provenzano abile stratega, ma soprattutto finissimo politico, tanto da avere proprio lui il ruolo di gestire - a distanza, attraverso quei «pizzini» che da anni costituiscono il suo unico metodo di contatto col mondo - i rapporti con i colletti bianchi. Due immagini apparentemente antitetiche, ma complementari: la determinazione di un bulldozer per avanzare in carriera, la finezza dello stratega per acquisire quel carisma che lo ha portato a reggere saldamente, per anni, Cosa nostra, e per di più in uno dei momenti più difficili, tra arresti eccellenti e pentimenti.
Bernardo Provenzano, nella diarchia con Riina, passava per il «moderato», ma questo non gli impedì di passare all’attacco frontale con le stragi del ’92, con Capaci e via D’Amelio, le vite spezzate di Falcone e Borsellino. Settantatré anni compiuti lo scorso 31 gennaio, terzo degli otto figli di un modesto agricoltore, Provenzano comincia la sua ascesa negli anni Cinquanta, quando con lo stesso Riina e Calogero Bagarella diventa uno dei luogotenenti di Luciano Liggio. Risale ai primi anni Sessanta, al 18 settembre del 1963 per l'esattezza, l'inizio ufficiale (un ordine d'arresto per un tentato omicidio mai notificato, ndr) della sua latitanza da record. Ed è di quell'epoca la prima e unica immagine di lui che le forze dell'ordine hanno avuto in mano, prima degli identikit ricostruiti al computer degli ultimi anni. E delle foto scattate ieri, dopo l'arresto. Una foto sbiadita d'altri tempi, di un giovane basso dagli occhi di ghiaccio. Quegli occhi di ghiaccio che il tempo e la recente malattia - il tumore alla prostata curato a Marsiglia - non hanno intaccato.
Un fantasma. Questo è stato per anni Bernardo Provenzano, «u zu Binnu» negli ambienti di Cosa nostra. Un fantasma abilissimo, tanto prudente da non far conoscere il suo vero volto neanche a chi gli era più vicino. Forse il ritratto più autentico del personaggio è quello che viene fuori dai «pizzini», i bigliettini vergati con la macchina per scrivere usati per impartire ordini ma anche per comunicare con la famiglia: la compagna di una vita, Saveria Benedetta Palazzolo, un'ombra come lui fino al 1992, quando come se niente fosse è comparsa a Corleone con i due figli nati e cresciuti in latitanza, Angelo e Francesco Paolo. «Pizzini» infarciti di religiosità, una caratteristica di tanti boss mafiosi, ma che al contempo mostrano, anche nel linguaggio criptato, il carisma del boss. La religiosità - retaggio sicuramente dell'educazione familiare, non a caso lui porta il nome di un Santo di Corleone - traspare dalle citazioni bibliche di cui sono infarciti i biglietti, ma pure da un'indiscrezione circolata qualche tempo fa, quella cioè che pure in latitanza fosse riuscito a trovare un prete disponibile ad essere il suo confessore.
Un fine politico, si diceva. Almeno stando ai racconti degli ultimi pentiti. Come Nino Giuffrè, che ha raccontato che il superboss apprezzava i politici vecchio stampo non considerando adeguatamente preparati quelli di nuova generazione. E del resto, solo un fine politico poteva architettare, come lui, quella strategia dell'inabissamento che è stata la caratteristica della politica di Cosa nostra dopo l'arresto di Riina e le stragi. Solo lui, col suo carisma, poteva tenere in piedi i cocci di una Cosa nostra sventrata dagli arresti e dilaniata dall'interno dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
Prudente, attento, staccato dal mondo, Bernardo Provenzano. Solo la macchina per scrivere. Niente tv, niente telefonini, niente che potesse scoprirlo. Sobrio e morigerato sino quasi all'esagerazione, secondo il racconto di chi lo ha conosciuto. Unico contatto con l'esterno, appunto, i «pizzini». E qualche libro. Ieri ne è stato trovato uno, di medicina, nella masseria di Ficuzza che gli ha fatto da casa nelle ultime settimane. Ma già qualche anno fa, in quello che si presume fosse stato un suo covo, si era trovato un altro libro: un libro tutto dedicato a lui, Provenzano, il re di Cosa nostra. La vera storia dell'ultimo padrino, scritto dal giornalista Leone Zingales. Un uomo prudentissimo. Solo la malattia, nel 2004, lo ha costretto a sbilanciarsi un po’, sino a farsi ricoverare, sotto falso nome, in una clinica di Marsiglia, per l'asportazione di un tumore alla prostata. Chi lo accompagnava, però, ricorda un anziano gentile e di pochissime parole. Prudente sino allo stremo anche in un momento difficile qual è, per chiunque, quello della malattia. Quella malattia che forse adesso lo ha spinto a scoprirsi un po’ troppo, sino a portarlo a nascondersi in un vecchio casolare distante in linea d'aria meno di tre chilometri da casa sua. Un modo come un altro, per il boss ormai solo, di avere vicina almeno la famiglia.
Mariateresa Conti