Gli U2 a Berlino festeggiano la fine del comunismo

Una folla enorme canta insieme alla band irlandese per ricordare la caduta del muro

Berlino - D’accordo, loro erano un po’ sottotono. Ma il posto e la ricorrenza, signori, non ammettono repliche: la Porta di Brandeburgo, quasi vent’anni esatti dalla caduta del Muro di Berlino. Sbrindellati da una tournée lunga mesi, gli U2 sono arrivati da New York alle 19 in punto per fare il loro dovere di band più grande in circolazione: celebrare la fine del comunismo, né più né meno. Sono saliti sul mini palco proprio davanti alle sei gigantesche colonne, hanno acceso gli amplificatori e via, niente slogan, niente abiti di scena, solo rock. D’altronde è bastato che iniziasse One con quel giro di chitarra da brividi e che sulla Porta apparisse l’enorme scritta One love per capire che qui non ci volevano parole. Difatti: «Che cosa posso dire?» ha implorato Bono tra una canzone e l’altra. Niente. Davanti a lui, fino a vent’anni fa, c’era il regime, quello duro, durissimo. Ora ci sono diecimila persone che applaudono e chissenefrega di quella minuscola polemica che Frank Henkel, un ciarliero politico locale (anche qui non perdono occasione) ha lanciato rantolando nel pomeriggio: «È una vergogna che sia stata eretta una barriera intorno al palco. Molti berlinesi eviteranno di andare al concerto di stasera». In realtà la paurosa barriera era costituita da normalissime transenne metalliche che proteggevano i giardini e non impedivano in alcun modo la visuale. Oltretutto, quando ci vuole ci vuole, il concerto era totalmente gratuito e i biglietti erano stati offerti sul web, esauriti in pochi minuti. Punto e basta. Polemiche gratuite, mamma mia. E per fortuna Bono non ci ha nemmeno fatto caso: ha cantato, peraltro non granché bene, e si è limitato a fare il testimone di un momento epocale. Avrebbe dovuto esserci anche Mikhail Gorbaciov, proprio lui che il Muro ha contribuito a far cadere, però l’influenza lo ha bloccato e si accontenterà del premio Free your mind degli Mtv Europe Music Awards. Si è perso un concerto di mezz’ora senza parole ma di straordinaria intensità, immerso nel freddo, punteggiato dalla pioggerellina, emozionantissimo. Quando gli U2 hanno iniziato Magnificent, dall’ultimo cd No line on the horizon, i diecimila erano muti mentre Bono in total black si arrangiava, anche lui emozionato. Ha dovuto aspettare la rullata di batteria di Sunday bloody sunday per sbloccarsi, evviva. In quel momento la gente era già accalcata nel vialone Unter den Linden e si è accorta che sul palco arrivava Jay Z, il rapper americano più ricco e odiato, il marito di Beyoncé che con il suo vocione ha rappato dentro il brano, pubblicato quando a pochi interessavano i lamenti degli irlandesi feriti. Insomma nulla è stato lasciato al caso, nemmeno il brano Beautiful day, suonato benissimo, o la Vertigo iniziata da Bono scandendo in tedesco le parole uno, due, tre, quattordici. Però, se ci pensate, persino il pubblico è rimasto composto. Sul palco c’era un gruppo da record che quest’anno è sopravvissuto alle polemiche sul gigantismo sterile del proprio palco macinando migliaia di chilometri suonando le canzoni che identificano una generazione e trovatene un altro allo stesso livello. Però la gente non ha perso il suo contegno, come accade alle celebrazioni di eventi festosi ma tragici. Girando tra le persone in platea, c’erano tanti che fino a vent’anni fa erano poveri straccioni emarginati. Ieri sera hanno applaudito gli U2 e la loro libertà, si sono commossi ascoltando la conclusiva Moment of surrender e pazienza se Bono, benedetto lui, per una sera ha persino steccato.