Ubs ancora in rosso Borse giù per terra in attesa della Fed

Senza aver ancora metabolizzato a sufficienza la fresca bancarotta della statunitense Cit e le perdite miliardarie di Commerzabank, ieri le Borse hanno avuto conferma che le banche continuano a soffrire dei postumi della crisi. Questa volta, è stata la trimestrale di Ubs, sporcata da un rosso superiore alle previsioni, a piegare i mercati. I dubbi sulla sostenibilità della ripresa stanno del resto crescendo, alimentati dall’ormai quotidiano bollettino di guerra in arrivo dal fronte dell’occupazione, il problema «angosciante» di Barack Obama. Nuovi annunci ieri, altri tagli in arrivo: Johnson&Johnson si prepara a licenziare 8mila dipendenti, Nokia ne eliminerà 6mila.
Sarà, come gli esperti dicono, una ripresa debole e fragile. Incapace di raddrizzare la schiena piegata del mercato del lavoro. Questa fase di passaggio dalla recessione all’espansione è però contrappuntata dai risultati del terzo trimestre, un periodo nero. Soprattutto per le banche. Ubs, per esempio, fatica ad uscire dal labirinto in cui si è ficcata con l’attività nell’investment banking. Con i 564 milioni di franchi di passivo accumulati tra luglio e settembre, una cifra che ha sorpreso gli analisti in particolare per i deflussi di risparmio gestito, l’istituto ha inanellato il quarto trimestre consecutivo in perdita.
Così le Borse europee, oltre a punire i titoli dell’istituto svizzero (-5,76%), hanno dato vita a un fuggi-fuggi dai titoli bancari (lo Stoxx di settore ha sfiorato un -3%), con ricadute sugli indici generali, in calo tra l’1,18% di Londra e l’1,58 di Milano dove le vendite si sono concentrate su Bpm e Banco Popolare, in calo di oltre il 3%. Il settore del credito rimane del resto un sorvegliato speciale: Marco Buti, direttore generale per l’economia dell’Ue, mette in conto ulteriori perdite tra i 200 e i 400 miliardi di euro nel 2009-2010. Ciò non esclude ulteriori interventi della mano pubblica, come quello deciso ieri dal governo britannico per rianimare Royal Bank of Scotland (-4,1%) con un’iniezione da 25,5 miliardi di sterline. Lloyd’s, invece, vuole far da sola: non ricorrerà al piano governativo di protezione degli asset tossici e punta a raccogliere 21 miliardi di sterline, in parte con un aumento di capitale record da 13,5 miliardi. Il mercato sembra credere alla scommessa: i titoli della compagnia sono saliti del +2,74%.
Sull’altra sponda dell’Atlantico, ordini alle fabbriche Usa superiori alle stime in settembre non sono bastati a rinvigorire Wall Street (a un’ora dalla chiusura il Dow Jones cedeva lo 0,45% e il Nasdaq era invariato per terminare poi rispettivamente con un -0,18% e un +0,40%). A rendere cauto il mercato Usa anche l’attesa per la riunione di oggi della Federal Reserve (domani toccherà a Bce e Banca d’Inghilterra), al termine della quale il numero uno Ben Bernanke potrebbe toccare un tasto assai delicato: ovvero, quando i tassi torneranno a salire.
A scendere sono invece le Borse, dimagrite di un 10% dai massimi di metà ottobre, vittime di un aumento della volatilità (l’indice Vix è risalito dal 20 al 30%) e, secondo gli esperti, candidate a lasciare sul terreno un altro 5-7% nelle prossime settimane. «Una correzione fisiologica», assicurano.