Per Ubs maxi-buco da 19 miliardi, Ospel lascia

E per l’intero sistema del credito la ricaduta complessiva sale a quota 140 miliardi

da Milano

Knock-out per il presidente di Ubs, Marcel Ospel, finito ieri al tappeto dopo che i mutui subprime hanno scavato un altro buco nei conti del primo trimestre: 12 miliardi di dollari (7,6 miliardi di euro) la perdita netta. Ad aprire la falla sono state altre svalutazioni sulle attività immobiliari americane per 19 miliardi di dollari.
Una voragine davanti alla quale Ubs, che aveva già sacrificato alla crisi l’ad Peter Wuffli, ha chiesto ai soci di mettere mano al portafoglio per la seconda volta in meno di due mesi: 15 miliardi di dollari la ricapitalizzazione (9,5 miliardi di euro) coperta da Jp Morgan, Morgan Stanley, Bnp Paribas e Goldman Sachs. L’importo si aggiunge ai 13 miliardi già iniettati nel gruppo da Gic, il fondo sovrano di Singapore, e da altri investitori del Medio Oriente. L’aumento mira a puntellare il bilancio di Ubs, nel tentativo di evitare che si ripeta la fuga di investitori che ha messo in ginocchio Bearn Stearns.
Considerando i miliardi già cancellati nel 2007, Ubs ottiene il poco invidiabile primato di istituto più colpito dai colpi sferrati dai prodotti subprime: circa 38 miliardi le svalutazioni complessive, molto peggio di quanto accaduto alle stesse big Usa Citigroup (21,1 miliardi) e Merrill Linch (19,4 miliardi). Sale così a 140 miliardi anche il pallottoliere mondiale dei subprime, incluso il problema da 2,5 miliardi con cui ha ammesso ieri di essere alle prese Deutsche Bank.
Il mercato ha tuttavia premiato l’opera di pulizia avviata da Ubs, nella convinzione che il gruppo sia vicino al punto di svolta: le svalutazioni di marzo hanno rispettato la forchetta attesa di 10-20 miliardi e Ubs ha deciso di gestire a parte tutti i residui «rifiuti tossici». Niente liquidazioni affrettate, quindi, al contrario Zurigo è «fiduciosa» che le misure intraprese siano sufficienti. Più che le ragioni tecniche a conquistare gli investitori è tuttavia stato l’addio di Ospel: alla Borsa di Zurigo, Ubs ha guadagnato il 12% (più 5,5% lo Stoxx del settore); bene anche Credit Suisse (più 7,9%) e Deutsche Bank (più 3,9%).
Molto più prudenti però le case di analisi: Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch hanno emesso una raffica di pagella negative su Ubs. Quanto a Ospel, il banchiere che una decina di anni ha contribuito a fare di Ubs una delle banche più blasonate al mondo ma è poi stato ribattezzato il «Faraone» per i suoi megastipendi (28 milioni l’onorario complessivo del 2006 inclusi bonus e opzioni; 2,7 milioni l’anno scorso), si è arreso rinunciando a ricandidarsi.
L’assemblea è in agenda il 23 aprile e l’ordine del giorno è stato modificato per permettere la nomina di Peter Kurer: l’avvocato entrato nel gruppo creditizio nel 2001 e l’anno successivo nel board che ha già avuto un ruolo di primo piano nel gestire il fallimento di Swissair, poi risorta con il marchio Swiss. Sempre a lui spetterà trarre dall’impasse Ubs.