Ubu incatenato, paradosso della libertà

Roberto Latini con il suo nuovo lavoro, al Verdi fino al 26 febbraio. Una mostruosa marionetta e il suo creatore si raccontano...

Valentina Fontana

Entrare nel testo e decostruirlo per scoprirne il funzionamento interno. Roberto Latini, instancabile indagatore e giocoliere della voce, crea, adatta, modella i classici personaggi del teatro, portando in scena l’anima di un’opera e del suo autore. Come per l’Amleto shakespeariano di Per Ecuba, che partendo dal monologo «sull’essere o sul sembrare» libera il teatro dai suoi condizionamenti, così per Ubu incatenato - in prima milanese fino al 26 al teatro Verdi - Latini sceglie di rappresentare non solo il personaggio ma anche il suo creatore.
Insieme alla mostruosa marionetta nata nel 1896 come Ubu re e poi moltiplicata nelle successive scritture fra cui appunto l’Ubu incatenato, arriva così in scena anche la sua penna creativa, o meglio Alfred Jarry di fronte a quelle forme si se stesso che diventano le proprie opere.
Il punto di partenza è proprio il testo di Jarry, inno di libertà attraverso la mitizzazione della schiavitù, e con esso Padre Ubu, l’ex re di Polonia e d’Aragona che aspira a diventare il più schiavo tra gli uomini. «In una sorta di carriera che comincia come lustrascarpe - dice Latini - per poi diventare maggiordomo tuttofare, servo frustato, arrestato, processato, incatenato, esiliato e infine schiavo rematore imbarcato su una galera turca, più cerca di servire gli altri più gli altri lo riconoscono, proprio per questo, come il più libero degli uomini. Talmente libero, da prendersi la libertà di essere schiavo».
Così il paradosso di Ubu incatenato, quello che fa essere libertà e schiavitù un solo concetto e contemporaneamente, determina la modalità della ricerca di Latini.
«Forse per la cara riflessione sull’attore - continua Latini -, sullo stare in scena, sull’essere autori di sé, e forse anche per Jarry rispetto a Ubu, per il loro grado di relazione, appartenenza e dipendenza, la questione più interessante ci è sembrata quella dell'identità, del punto di vista, dei ruoli. Abbiamo cercato un modo per essere allo stesso tempo Ubu e Jarry, quindi non solo la marionetta e la mano che la anima, non solo il burattino e colui che tira i fili, ma ancora di più l’autore di fronte alla sua creazione».
Il processo creativo diventa così per Latini il focus del suo Ubu incatenato. E su questa strada l’incontro con la realtà virtuale è immediato. «Grazie a un esoscheletro in grado di inviare informazioni a un computer - dice Latini -, possiamo tradurre le azioni fisiche di un attore in scena e dal vivo in immagini digitali, ritrattarle o ricollocarle in ambienti altri rispetto a quelli reali. Con la “motion capture”, che ci è possibile praticare grazie alla collaborazione con Andrea Brogi, l'incatenamento anche tecnologico ci dà la possibilità di moltiplicarci e sviluppare lo spettacolo dentro una riflessione fondamentale: più la tecnologia incatena l'attore sul palco, più si libera il personaggio virtuale che gli corrisponde». Così il dualismo burattino-burattinaio di Jarry sbarca nel terzo millennio.