Uccide due preti e fa altre tre vittime il quindicenne che amava Al Capone

I delitti a Sarzana tra il 1937 e il 1939. Un errore giudiziario risarcito da Mussolini con 25mila lire

Paolo Bertuccio

I morti di questa storia sono cinque, ma avrebbero potuto essere anche sette. A volte succede che, in racconti di sangue come questo, qualche vittima designata la scampi, evitando così che le proporzioni della carneficina aumentino ulteriormente. Succede, un po' per fortuna, un po' perché chi dispone della vita o della morte di un uomo con un'arma in mano non è una macchina. È un uomo anche lui, e allora può anche sbagliare. Oppure provare pietà, e allora si ferma un istante prima di colpire. Ma questo non è il caso della nostra storia: qui la pietà non esiste.
Il primo morto è un prete, e si chiama don Umberto Bernardelli. È il rettore del Collegio delle Missioni di Sarzana da molti anni. La sera del 4 gennaio 1937, nel suo ufficio, si sta occupando per l'ennesima volta di tutte le piccole, tignose pratiche che è necessario sbrigare ad ogni inizio di anno solare. Ma deve interrompersi, per un motivo assai sgradevole. Un uomo si presenta davanti alla scrivania, e le sue intenzioni appaiono subito chiare. Cappellaccio calcato in testa, sciarpa di lana a coprire tutto il volto, rivoltella nella mano destra, non può trattarsi che di un rapinatore. Il sacerdote estrae immediatamente da un cassetto la bella somma di cinquantamila lire per consegnarla all'individuo, ma a questi il denaro non interessa. Gli interessa solo sparargli tre colpi in pieno petto, e lo fa senza dire una parola.
Tre colpi di pistola fanno baccano, e due collegiali quindicenni che si trovano in un corridoio vicino all'ufficio di don Bernardelli accorrono immediatamente. L'assassino li incrocia e non esita a sparare contro di loro. Fortunatamente la sua mano non è quella di un killer esperto: Leonardo Bassano viene colpito in maniera non mortale ad un fianco, mentre Alfredo Collini rimane incolume. La fuga dell'uomo mascherato prosegue fino alla portineria, dove è seduto, com'è consuetudine, don Andrea Bruno. Il secondo morto della nostra storia è lui.
«Fermo, disgraziato!», fa in tempo ad urlargli il religioso, prima che due pallottole lo facciano accasciare a terra. L'assassino riesce a dileguarsi, mentre don Bruno riceve i primi soccorsi. Il sacerdote è in agonia, ma a parlare ce la fa ancora. Prima del trasporto in ospedale, durante il quale spirerà, spiega faticosamente di aver riconosciuto il criminale. Il problema è che lo conosce solo di vista e non ne ricorda il nome. Nella concitazione, c'è chi prova a fargli qualche nome di studente sperando che venga fuori quello giusto. Nulla da fare.
Le indagini, fin dall'inizio non sono facili. I moventi, infatti, possono essere di svariata natura, tra cui quella passionale. Nella cittadina girano innumerevoli leggende sulla doppia vita di don Bernardelli, un prete che, a quanto pare, non disdegna la compagnia femminile. Si narra dei costosi abiti borghesi di questo sacerdote apparentemente irreprensibile, di numerose amanti, di altrettanti mariti gelosi. E, visto che vox populi, vox dei, non si può proprio escludere niente. Ma è concentrandosi sulle ultime ore di vita di don Bernardelli che gli inquirenti trovano quella che, forse, è la pista giusta. Quella sera, poco prima del delitto, la vittima era in compagnia di due persone. Una era don Andolfatto, parroco di Castelnuovo Piano; l'altra era uno studente d'ingegneria ventiquattrenne, tal Vincenzo Montepagani. Mentre i due sacerdoti discutevano delle gravi condizioni di salute di Papa Pio XI, il giovane se ne stava silenzioso in disparte. Tipico di questo ragazzo dal carattere estremamente introverso, che voleva guadagnare qualche soldo per poter sposare la sua fidanzata e che il rettore del collegio aveva aiutato, assumendolo come insegnante per le ripetizioni pomeridiane con uno stipendio adeguato. Non che lavorasse particolarmente bene, anzi, addirittura si faceva aiutare da un'altra professoressa a preparare le lezioni. Don Bernardelli lo aveva rimproverato più di una volta.
Montepagani è alto e robusto, esattamente come l'uomo con cappello e sciarpa descritto dai testimoni oculari. Giura e spergiura di non entrarci niente. Di essere tornato a casa e di non esser più uscito, quella sera, ma non riesce a provarlo. Gli screzi con la vittima e il carattere particolarmente difficile, ai limiti della patologia, convincono gli inquirenti ad accusare ufficialmente, tre settimane dopo la tragica serata, Vincenzo Montepagani del duplice omicidio.
Un caso brillantemente risolto? Non è detto. Ricordiamoci che questa è la storia di cinque morti. Il terzo e il quarto vengono trovati a Ghiaia di Falcinello, alle porte di Sarzana, alle prime luci dell'alba del 2 agosto 1938. Nel frattempo sono successe un po' di cose.
Vincenzo Montepagani è stato processato dopo diciotto mesi di detenzione. Sono spuntati alcuni testimoni a suo favore e l'accusa non è riuscita a provare la colpevolezza del giovane, pienamente assolto dopo una lunga camera di consiglio. Benito Mussolini lo ha risarcito consegnandogli personalmente un assegno da venticinquemila lire. Questo è accaduto a luglio, e l'agosto sarzanese si apre con un'altra coppia di cadaveri.
Livio Delfini, vent'anni, faceva il barbiere; Bruno Veneziani, trentacinquenne, il tassista. Quella mattina il taxi è lì, vicino ai due corpi crivellati da due armi diverse, una calibro 9 e una calibro 6.5. Due persone che non c'entrano niente l'una con l'altra, uccisi da altre due persone. Oppure no: un uomo, di solito, ha due mani, e in ognuna può trovar comodamente posto un'arma.
Questi sono i pensieri dell'acuto commissario Paolo Cozzi. Che con un occhio svogliato porta avanti le indagini nell'ambiente della sovversione politica, così come gli ha suggerito il Duce in persona, mentre con l'altro, assai più attento, segue un suo personalissimo filone, che mette in relazione il recente duplice omicidio con quello dei due sacerdoti al Collegio, di quasi due anni prima, e pensa ad un killer isolato. Né da una parte né dall'altra, però, arrivano risultati concreti. Almeno fino agli ultimissimi giorni del decennio.
La mattina del 29 dicembre 1939, il commissario Cozzi accorre all'Ufficio del Registro di Sarzana. L'ha chiamato il direttore, con una voce terrorizzata. E si capisce: è entrato, come tutte le mattine, e ha trovato il custode Giuseppe Bernardini con un'ascia piantata in mezzo alla fronte. Cozzi tocca l'ascia. È appiccicosa. E poi si guarda intorno, e vede la cassaforte aperta. Non scassinata, proprio aperta. Non è possibile: la chiave ce l'ha solo il direttore, che si chiama Guido Vizzardelli. Non è sarzanese, è abruzzese di Francavilla a Mare, dove si è sposato ed ha avuto il figlio Giorgio. A Sarzana è arrivato dopo essere scampato al terremoto che ha sconvolto la sua zona. Lo Stato gli ha trovato una sistemazione in Liguria e gli ha affidato lo stesso incarico che aveva laggiù. Quel che più conta, comunque, è che il signor Vizzardelli sia un uomo di riconosciuta rettitudine. Non può essere stato lui. Intanto, però, consegna il portachiavi al Commissario. È appiccicoso anche quello. «Capisce, signor Vizzardelli, è un atto dovuto, ma devo perquisire casa sua». Cozzi la passa tutta palmo a palmo. Giunge in cantina, e lì ci sono delle bottiglie vuote. Appiccicose.
Il signor Guido spiega candidamente che le bottiglie sono del diciassettenne figlio Giorgio, che distilla liquore per hobby. E che, anche se papà non lo sa, ha anche il passatempo di sparare ai barattoli con la pistola.
Cozzi ringrazia e torna al proprio ufficio. Quel ragazzino un po' introverso non lo convince. Ci lavora un po' e scopre una manciata di cose interessanti. Per esempio, che frequenta l'avviamento commerciale al Collegio delle Missioni. Che un giorno, alla fine del 1936, ha fatto un po' troppo chiasso ed ha danneggiato i ritratti del Re e del Duce. Che il povero don Bernardelli, per questo, lo ha sgridato. Interessante. Meglio scambiare due parole con il ragazzo.
La resistenza di Giorgio William Vizzardelli di Guido, nato a Francavilla nel 1922 e residente a Sarzana, dura poche ore. Confessa tutto. Di avere ucciso don Bernardelli per vendicarsi del rimprovero di pochi giorni prima, e di aver sparato su chiunque tentasse di ostacolare la sua fuga, come il povero don Bruno. Confessa di avere dato un appuntamento fuori città a Livio Delfini, il barbiere che era venuto a sapere chissacome della sua colpevolezza e lo ricattava, e di averlo ucciso insieme all'ignaro tassista che lo aveva portato fin là. Confessa, infine, di aver rubato le chiavi della cassaforte al padre e di avere barbaramente ammazzato Bernardini allo scopo di rubare i soldi per scappare negli Stati Uniti, la terra dei gangsters e soprattutto del suo idolo, Al Capone.
La minore età lo salva dalla condanna a morte. Nel gennaio 1941 Giorgio Vizzardelli, schiavo di un mito dell'America tutto suo, viene condannato al carcere a vita. Uscirà dopo ventisette anni, in seguito alla grazia concessagli dal Presidente della Repubblica Saragat, ma si toglierà la vita nell'estate 1973, a Carrara, in casa di una sorella.