Uccide il figlio di 19 anni a colpi di mannaia

Sembra che l’assassino soffrisse da tempo di disagi psichici

Come in un film dell’orrore, ha cercato di fuggire dalla furia del padre che lo inseguiva con una mannaia. Un colpo dopo l’altro, il sangue sulle pareti, fino all’ultimo quello mortale a un metro dalla porta d’uscita, dalla salvezza. Così è morto ieri mattina Yuri Ciorcovih, 19 anni, assassinato, senza un apparente motivo, con 10 fendenti, dal padre Giuseppe, 50 anni. Dopo l’uomo ha ingerito dei tranquillanti, non è chiaro se per togliersi la vita, e si è disteso sul letto. Dove è stato trovato dalla polizia che l’ha trasferito a Niguarda.
L’allarme viene lanciato dalla madre del ragazzo, Danila Imperio, 53 anni. Responsabile di un negozio in centro, in questi ultimi giorni deve dividersi tra casa, lavoro e le cure delle vecchia madre inferma, rimasta senza badante. La donna, già stata sposata, ha anche un altro figlio dal precedente matrimonio, Cristian di 30 anni, che ora vive per conto suo. Mentre lei rimane in via Morgantini 18, insieme a Yuri e al compagno Giuseppe.
Yuri viene descritto da vicini e amici come tanti altri ragazzi della sua età: nessun problema, droga o cose del genere, se non quello di trovare un lavoro. Avendo smesso di studiare dopo la scuola dell’obbligo, cambiava spesso occupazione in cerca di qualcosa che potesse soddisfarlo. Per un periodo ha anche lavorato nel bar sotto casa, da Rino che ne conserva uno splendido ricordo: «È stato qualche settimana, poi mi ha detto che aveva trovato un posto migliore, credo in un centro commerciale. Ripensandoci, ricordo invece Giuseppe un po’ strano. Sedeva da solo, parlava ad alta voce. Anche se il figlio gli era sempre molto vicino».
Giuseppe infatti sembra soffrisse di disagi psichici e fosse in cura da uno specialista. Niente di preoccupante, e la sua compagna lo lasciava solo con il figlio.
E arriviamo così a ieri. Danila non c’è, ha passato la notte dalla madre e quindi si è recata in negozio. Verso mezzogiorno lo stabile è semideserto. I due appartamenti a fianco di quello degli Ciorcovih, al secondo piano, sono vuoti, c’è solo una vicina al piano inferiore che sentirà trambusto. Non ci fa caso. Verso le 16 rientra la signora Danila, sale le scale, apre la porta e si trova immersa nell’orrore: il figlio è a terra, coperto da un lenzuolo. Giuseppe è sul letto matrimoniale, imbottito di psicofarmaci.
La povera donna scende le scale urlando «il mio bambino, il mio bambino». Si rifugia nel negozio di biancheria intima «Tentazioni di Grazia» dalla titolare, sua carissima amica. Il resto è routine: l’arrivo della polizia che prende in consegna l’uomo, catatonico. Quindi la scientifica, i rilievi, la signora Danila in questura per gli ultimi accertamenti. Per Vittorio Rizzi, dirigente della Squadra mobile, potrebbe essere stato «un raptus omicida dovuto a una qualche forma di gelosia nei confronti della moglie, di cui l’uomo era molto geloso. E il figlio, in qualche modo, aveva un atteggiamento di tutela nei confronti della madre». Ma sostanzialmente il caso è chiuso e rubricato alla fredda voce «delitto della follia».