Uccide il figlio e si getta dalla finestra in questura

Andrea Acquarone

da Merano

Non c’è giallo, ma solo orrore. E pietà. Per tutti, anche se fa rabbia, anche se sembra inaccettabile: pietà per la vittima, ma anche per quella sua carnefice che prima di morire Julian chiamava mamma. Ieri mattina mamma lo ha massacrato. Dieci coltellate, in cucina all’ora della colazione: quattro fendenti alla gola, gli altri al torace. Sarebbe bastato molto meno per uccidere quel bimbo inerme. «Ho avuto un black out» ha farfugliato in tedesco Christine Rainer, 39 anni, prima al personale del 118, a cui chiedeva un impossibile aiuto, e poi ai poliziotti: «Venite, presto, ho ucciso una persona». Chissà perché non ha trovato il coraggio di chiamarlo «mio figlio».
Ne ha altri due di bambini Christine, uno di sei anni, un maschietto, e un piccino nato da poco, Remo, un anno e mezzo. Lui aveva trascorso la notte da una zia, non era in casa al momento del massacro. Il primogenito, invece, ha visto tutto: gli agenti entrati nell’appartamento di via Wolkenstein, a Merano, lo hanno trovato in stato di choc rannicchiato su un divano. Terreo in viso, incapace di proferire parola di fronte a tanto raccapriccio: il fratellino Julian, 4 anni, a terra, supino, in una pozza di sangue, le braccia aperte e le gambe distese. Lei Christine, docile si è lasciata portare via, camminando come un automa, mentre i medici si occupavano del bambino sopravvissuto. E mentre un poliziotto, gelido, avvisava il papà al lavoro: Fiorenzo Delladio, 45 anni, tecnico dell'Azienda energetica comunale. Non solo ha perso un figlio Fiorenzo, nemmeno otto ore più tardi ha visto sua moglie tentare di morire: davanti a un funzionario di polizia, un medico e all’avvocato nominato d’ufficio, intorpidita nel suo incubo assassino, Christine Rainer si è gettata dalla finestra al secondo piano del commissariato di piazza Del Grano. Un attimo: aveva accusato un malore, qualcuno aveva aperto la finestra per cambiare l’aria, lei all’improvviso si è alzata dal divanetto sul quale era stesa e si è catapultata nel vuoto. Erano le cinque e mezzo del pomeriggio. Un volo di sette metri. Adesso è ricoverata in gravi condizioni: i medici sono preoccupati perché, dicono, «non ha la forza di reagire».
E intanto Merano, trentatremila abitanti, abituati più alla normalità teutonica che al nostro ordinato disordine si interroga, stavolta, insieme col resto d’Italia. Perché? Come mai nessuno ha capito, per lo meno intuito? Da fuori Christine Rainer sembrava la classica mamma perfetta. Così la ricordano amici e conoscenti. E invece soffriva, era malata. Di nervi. Da giorni non dormiva. Crisi depressive, qualcuno come il criminologo Francesco Bruno da lontano, azzarda l’ipotesi della schizofrenia.
«Christine - racconta un’amica - era rimasta molto turbata dalla morte di sua madre, avvenuta circa un anno e mezzo fa, proprio quando nacque Remo. Trovò la mamma morta in casa, uccisa da un malore improvviso. Da allora aveva cominciato a dire che sua madre avrebbe voluto vedere il terzo nipotino ma che questo ormai non sarebbe più stato possibile. E che senza di lei non sarebbe riuscita a mandare avanti la famiglia». Si sentiva perduta Christine, imprigionata dalle sue angosce e da quei fantasmi che ieri si sono materializzati dalla sua fragile mente.
«Siamo tutti increduli. Il nostro è un centro tranquillo, quello che è successo ci sembra a tratti incomprensibile», prova a spiegare, alla disperata ricerca di una logica che non può esserci, il sindaco Gunther Januth. «Credo che sia necessario andare a fondo a questa vicenda perché sicuramente si tratta di un dramma personale, ma il fatto che non c'erano litigi e i vicini e chi li conosce non ha registrato nulla di anomalo nella casa, dimostra che questa cosa può diventare anche una malattia sociale».
Forse lo è già: negli ultimi dieci anni sono aumentati del 3.000 per cento gli omicidi in famiglia.