Uccide il suo unico amico e poi si spara in bocca

Il killer, un pensionato di 71 anni, ha tolto la vita con lo stesso fucile al vicino di casa e a se stesso. Ancora ignoto il movente, erano stati insieme fino a poche ore prima

Lucia Sammartino

da Campobasso
Le macchie di sangue sul vialetto che conduce all'ingresso della casetta in cemento, nascosta dalla vegetazione fitta e senza ordine. Il segno tangibile di un dramma, quello che si è consumato ieri mattina, intorno alle 8.30.
Lì, davanti alla villetta di contrada Tappino, si è accasciato a terra Mario Donà, colpito al braccio e alla spalla da una scarica di fucilate esplose dal suo migliore amico. Forse l'unico. Giovanni Tamburro non ha poi resistito a quella furia assassina che gli ha offuscato cervello e cuore e ha puntato il fucile contro se stesso. In bocca, per essere sicuro di morire.
La tragedia si è consumata ieri mattina, ancora sconosciuto il movente. Fino al tardo pomeriggio la vita di Mario Donà restava ancorata ad un sottile filo di speranza. Un delicatissimo intervento chirurgico, eseguito all'ospedale Cardarelli - a poche centinaia di metri dal luogo dell'omicidio -, nel tentativo di salvare l'uomo è stato inutile poiché Donà è morto intorno alle 18 dopo ore di agonia. Omicidio-suicidio, così sarà «archiviata» la tragedia di Tappino in questa afosa mattina di agosto di una tranquilla e poco affollata cittadina.
Come ogni giorno, Giovanni Tamburro 71 anni nato a Baranello ma da tempo residente a Campobasso, ha atteso alla finestra l'arrivo del suo migliore amico. Giovanni viveva lì, circondato da una fitta recinzione di cipressi, da quando era tornato in Italia dall'Australia dove aveva vissuto e si era guadagnato da vivere lavorando come operaio. Una zona molto tranquilla, ci si conosce tutti. Ed ognuno conosce le abitudini dell'altro.
Mario Donà, 65 anni, originario di Napoli e coltivatore di tabacco, è arrivato in bicicletta, fischiettando come sempre. Per lui Giovanni era un amico sincero. Voleva aiutarlo ad uscire da quell'emarginazione voluta e desiderata nella quale era caduto. Mario ha appoggiato la sua bicicletta ad un albero, il solito, ed ha girato lo sguardo verso la finestra della casa di Giovanni. Nemmeno il tempo di alzare la testa verso la casa. Uno, due, tre colpi. Il fucile da caccia era caricato a pallettoni, che gli hanno maciullato il braccio e la spalla. E Mario Donà è caduto senza forze sul vialetto d'ingresso. Donà era un assiduo frequentatore dell'umile abitazione di Tamburro: tutte le mattine era lì, gli faceva delle punture perché Giovanni camminava a fatica, con dolore. Mario era il suo unico amico.