Uccidi la moglie per gelosia? Cassazione: sconto di pena

Respinta l’aggravante del "futile motivo". Straniero condannato per uxoricidio se la cava con solo 14 anni

Altro che ergastolo. Se uccidi una donna (per gelosia), becchi, al massimo, 14 anni. Nessuna differenza se la vittima è moglie, fidanzata o amante. L’importante è che l’assassino dimostri di essere stato preda di un irrefrenabile «stato passionale». Un’interpretazione - quella della Cassazione - che avrebbe fatto la gioia del barone Ferdinando Cefalù, detto Fefè (Marcello Mastroianni), protagonista del film capolavoro di Germi, «Divorzio all’italiana». Peccato che, nella realtà, non ci sia nulla da ridere.

Secondo la Suprema corte, infatti, un delitto causato dalla «morbosa gelosia» non può essere punito con l’aumento di pena previsto nei casi di «futili motivi». I giudici del Palazzaccio, hanno così confermato la condanna «minima» a 14 anni di un extracomunitario che nel 2006, a Milano, aveva ucciso a coltellate la propria fidanzata italiana; respinto, invece, il ricorso della Procura generale della Corte d’appello di Milano che chiedeva l’innalzamento della pena a 30 anni.

Qui il discorso si fa tecnico. Cerchiamo di semplificare al massimo. La scelta di non ricorrere l’aggravante del «motivo abietto» (che avrebbe fatto salire la pena a 30 anni) è stata duramente criticata dall’accusa nel ricorso in Cassazione. «Se è vero che la gelosia non può essere ritenuta motivo abietto e futile», ha scritto la Procura generale, andava però tenuto presente che «l’istruttoria aveva dimostrato che l’imputato aveva perseguitato la ragazza minacciandola di morte qualora l’avesse vista con altri uomini».
Un atteggiamento, sosteneva la Procura generale, che rivela come la donna fosse «considerata “cosa propria”, violandone così la libertà di autodeterminazione». Ma la Cassazione è rimasta ancorata all’interpretazione letterale dell’aggravante, non ha condiviso questa tesi e ha sottolineato che il motivo futile deve essere «indice di un istinto criminale più spiccato e della più grave pericolosità del soggetto». E la gelosia - secondo la Suprema corte - sfugge a questa definizione di motivo futile.

In sintesi, per la Cassazione, è vero che «la manifestazione di morbosa gelosia costituisce uno stato passionale causa frequente di delitti anche gravissimi, ma per la coscienza collettiva non costituisce una ragione inapprezzabile di pulsioni illecite». Come dire: un po’ di «comprensione» per chi è accecato dalla gelosia.

«Comprensione»? Di parere opposto la deputata Barbara Saltamartini, responsabile delle Pari opportunità del Pdl: «Credo che l’uccisione di una donna per gelosia non possa non essere considerata un futile motivo in una società che si pretende civile». E poi: «La decisione dei giudici conferma il problema innanzitutto culturale che esiste nel nostro Paese e rischia di creare un pericoloso precedente. Si tratta di una sentenza inaccettabile, specie nel momento in cui è stato messo in campo il massimo impegno a tutela delle donne con la nuova normativa anti-stalking e i fondi stanziati per il piano anti-violenza». Gelosia permettendo.