«Uccido Bush, ma ringrazio l’America»

Il regista Range: «Sapevo che il mio film sarebbe stato dirompente, ma non ho avuto problemi a entrare e uscire da quel grande Paese»

da Roma

Col suo finto documentario Death of a President fa morire Bush: due colpi di fucile al petto, il 19 ottobre 2007. Nondimeno Gabriel Range, regista inglese trapiantato a New York, oggi ringrazia l'America. «Sapevo che il mio film avrebbe avuto un impatto dirompente. L'istituzione presidenziale è sacra per gli americani. L'assassinio del loro commander in chief, la storia lo insegna, è un trauma politico e umano sconvolgente», premette. «Però mai avuto guai, a dimostrazione di quanto sia grande e magnifica quella nazione. Entro ed esco liberamente dal Paese, la mia casa non è stata toccata, l'Fbi si è guardata bene dal telefonarmi o convocarmi». E pensare che, nella sottile opera di manipolazione compiuta, Range è arrivato a trasformare la solenne orazione funebre per Reagan, letta dal vicepresidente Dick Cheney, nel ricordo di George W. Bush: gli è bastato modificare due paroline al missaggio.
Di Death of a President (se n'è ha parlato sul Giornale in anteprima) ricorderete l'assunto paradossale, ma non troppo, e quei cupi manifesti listati a lutto, col nome del presidente e due date sotto: nascita e morte. Il film, presentato l'11 settembre scorso al festival di Toronto, appartiene al genere cosiddetto «mockumentary», documentari inventati. Solo che, a differenza di Borat, c'è poco o niente da ridere. Si pronostica, infatti, che tra poco più di sette mesi, all'uscita da un discorso all'hotel Sheraton di Chicago, il 53º presidente degli Stati Uniti venga freddato da un cecchino. Giornata pessima, cominciata con una furente manifestazione pacifista al grido di «Chicago hates Bush» e finita con la nazione sotto shock, schiantata. Ma il film, un abile mix di scene girate ad hoc e materiale di repertorio, non si ferma qui. La morte violenta fa da cornice a un'indagine serrata che porta dritto in galera un giovane siriano, tal Jamal Abu Zikri, «colpevole» (lo stolto) di aver compiuto un viaggio in Pakistan. Una mezza impronta digitale lo inchioda, la giuria lo condanna a morte. Invece l'omicida va cercato altrove. A premere il grilletto è stato un veterano di «Desert Storm», un maggiore nero e ultrapatriottico, deciso a vendicarsi della morte del figlio in Irak. Lascia scritto prima di suicidarsi: «Bush ha distrutto tutto, non c'è onore a morire per una causa immorale».
Eppure, secondo Range, il suo non sarebbe «un film contro Bush, un attacco all'individuo, bensì una critica all'amministrazione». Bontà sua, il regista ammette che con «Clinton o un democratico alla Casa Bianca» mai avrebbe realizzato Death of a President, il cui senso - inutile girarci attorno - è chiaro: le radici dell'odio che arma la mano del cecchino vengono direttamente dalla politica di Bush. Consola però che Range non si atteggi a vittima. Uscito in una novantina di copie, il film è stato rifiutato dal pubblico americano, magari allergico all'ipotesi funerea, e anche Hillary Clinton non ha gradito, parlandone, senza averlo visto, come di «una cosa spregevole». Lui, l'autore, abbozza. Sostiene che «l'attentato è un pretesto inventato per raccontare autentici episodi di intolleranza e pregiudizio antimusulmano favoriti dal Patriot Act», giura che «gli arabi non esultano in platea», teorizza che il film «è l'estrema dimostrazione della manipolazione praticata ogni giorno dai media americani». Infine attacca: «Molti pensano che la telecamera non possa mentire. Non è così e io lo dimostro. Mi danno dell'irresponsabile? Io rispondo: signori, con le vostre tv lo fate ogni giorno».
Costato solo due milioni di sterline (venticinque giorni di riprese, quattro mesi di montaggio), Death of a President esce il 16 marzo, distribuito dalla Lucky Red. La triste ricorrenza del sequestro Moro è del tutto casuale, ovviamente. Domanda d'obbligo: «Non le crea disagio pensare che qualche scalmanato, nel fronte anti-Bush, possa gioire di fronte al suo film?». Risposta, very british: «Non succederà. Chi mai vorrebbe vedere Cheney sulla poltrona di Bush?».