Uccisa in Afghanistan la poliziotta delle donne

L’agente Malalai Kakar è stata falciata dai colpi di kalashnikov degli
integralisti islamici a Kandahar mentre andava a lavorare in caserma. Aveva lasciato il burqa per la divisa e portava la pistola. In uno scontro a fuoco aveva freddato tre talebani mentre i colleghi uomini fuggivano

Era scritto sui muri. Quelli di casa sua. Li controllava ogni mattina. Se c’erano minacce faceva uscire i figli in fretta e li spediva a scuola. Quando tornavano erano già cancellate. Erano la sua morte annunciata. Comparivano da quando, caduti i talebani, il capitano Malalai Kakar aveva reclamato la sua divisa. Sabato, i talebani sono venuti a reclamare la sua vita.

È andata come lei immaginava, come temeva quando, ogni mattina, afferrava il kalashnikov, si copriva la divisa con il burqa blu, sprofondava nel sedile a fianco del fratello o del figlio più grande venuti a scortarla e iniziava la sua sfida quotidiana al distretto di polizia di Kandahar. Sabato, ad attendere c’erano anche loro. Una raffica di kalashnikov ha fatto saltare il parabrezza e ha colorato di sangue l’abitacolo. Malalai Kakar, la prima, la più famosa, la più alta in grado fra le donne poliziotto dell’Afghanistan termina così la sua carriera, ammazzata come promesso dai suoi nemici. E mentre il figlio 18enne lotta per la vita in un ospedale di Kandahar, i talebani ne rivendicano sprezzantemente l’assassinio. «L’abbiamo uccisa noi, Malalai Kakar era un nostro obiettivo e l’abbiamo colpito con successo», annuncia il portavoce Yousuf Ahmadi. Il presidente Hamid Karzai tuona contro l’«atto codardo», quel crimine messo a segno «dai nemici della pace, del benessere e della ricostruzione dell’Afghanistan». I rappresentanti dell’Unione europea a Kabul parlano di «azione abominevole», ricordano l’«esempio offerto da Malalai al Paese».

La storia del simbolo reciso inizia nel 1982, tre anni dopo l’invasione sovietica. Allora, mentre Malalai è ancora una ragazzina di 15 anni, il padre Gull Mohammed Kakar, poliziotto a Kandahar, decide che anche lei può seguire la carriera degli altri figli e l’accompagna a iscriversi all’Accademia di Polizia. Malalai da quel giorno non smette d’indossare la divisa fino al 1996, quando l’Afghanistan cade sotto il dominio talebano. La donna è già allora un obiettivo. Per sopravvivere scambia la giacca da poliziotto con un burqa e fugge in Pakistan dove vive per cinque anni e dove sposa un funzionario dell’Onu. Ma nel 2001 è una delle prime a tornare e a pretendere il suo vecchio lavoro. «Non è un mestiere facile - ripeteva -, ma è importante che noi donne lo facciamo se vogliamo diventare parte del nuovo Afghanistan». Per riuscirci va a cercarsi apprendiste agenti per la sua squadra, le convince a provare, a firmare un contratto e a dimostrare, se necessario, più coraggio degli uomini. Spesso quel coraggio è indispensabile per sopravvivere. A lei capita durante un’operazione contro una base di terroristi. Loro escono sparando, i poliziotti abbandonano la donna assieme a tre colleghi. Resistono per mezz’ora, combattendo contro una dozzina di avversari, poi, per fortuna, i talebani mollano il colpo. Tornata in caserma, Malalai va a cercare i colleghi fuggitivi, li guarda negli occhi, ricorda loro che «non basta aver la barba per aver coraggio».

Non ci sono soltanto sparatorie. Spesso Malalai e le sue agenti si trasformano in operatrici e assistenti sociali. Negli ospedali tocca a loro intervenire per aiutare le donne che nessun medico o infermiere maschio vuole toccare. E sono loro a far irruzioni nelle case per liberare le «mogli della vergogna», le donne incatenate dai parenti per esser state abbandonate dai mariti. «I talebani mi odiano - ripeteva a tutti Malalai -, ma le donne afghane mi amano».