Uccise la figlia a colpi di pistola «L’ho fatto per colpa dei debiti»

Sul «Gazzettino» il racconto choc del genitore padovano che da anni conduceva una doppia vita: «La mia famiglia credeva che andasse tutto bene, ma io dal 2005 non guadagnavo più un euro»

Un uomo travolto dai debiti che si spara un colpo (per la vergogna, il disonore, il senso di fallimento; per punirsi, in ultima istanza) è fattispecie ampiamente prevista nel novero dei comportamenti umani. Una fattispecie osservata e descritta mille volte. È sempre un accadimento terribile. Muove qualcosa dentro di noi, rimescola insieme pietà, dolore, commiserazione, spavento. Ma è un fatto che siamo disposti, pronti a capire. Gli psichiatri, per dire, ci si annoiano. Aprono il cassetto e la spiegazione è già lì, bell'e confezionata dai tempi in cui Siegmund Freud teneva bottega a Vienna.
Se invece un uomo travolto dai debiti ammazza a colpi di pistola la figlia, che non c'entra niente, questa che roba è?
In quale casella, sotto quale fattispecie andrà dunque collocata la storia di Adalberto Chignoli, che lunedì primo ottobre, tra le 17 e le 18, in una elegante villetta di via Vecellio, al quartiere Arcella di Padova, fulmina con quattro colpi di pistola la figlia Camilla, 22 anni, una laurea in Scienze Politiche, che in quel momento sta riordinando l'armadio? In quali abissi dell'anima bisognerà scavare per venire a capo di un orrore così fatto?
La storia, lo spaventoso concatenamento di eventi, il delirio di quegli attimi li ha raccontati proprio lui, il protagonista, al solito politico che è andato a trovarlo in carcere e ne ha poi riferito al Gazzettino di Venezia. Il desiderio di farla finita, maturato a febbraio, con tanto di richiesta di detenzione di un'arma presentata in Questura; la pistola avuta «in regalo» da un amico due settimane fa; i proiettili avuti da uno che non vuol nominare; le prove di tiro a Cinto Euganeo, in campagna, perché per uno che non ha mai sparato un colpo in vita sua non è facile come dirlo, prender su e manovrare una pistola.
«Quel lunedì - ha raccontato Adalberto Chignoli - qualcuno doveva darmi 28mila euro. Mi servivano per prender tempo con le banche. I soldi però non li ho avuti». Ecco, la decisione di ammazzarsi è presa. Però, invece di puntare verso i Colli, Chignoli torna a casa. Camilla è in camera sua. Sta mettendo via gli abiti estivi, l'autunno incalza. Lui la vede, estrae la pistola. Lei muore. Lui, in una specie di trance. Dal giardino di casa manda un sms alla moglie Antonella, psicoterapeuta. «Ho ucciso Camilla. Ora vado ad ammazzarmi io», le dice.
Eccolo dunque a Cinto Euganeo, di nuovo. In canna gli restano due pallottole. Punta la pistola alla gola («mi han detto che è più sicuro. Alla tempia può scivolare, in bocca può uscire dalla nuca e sei ancora vivo». Insomma l'arma si inceppa. Lui traffica col carrello dell'arma, parte un colpo, il finestrino è in frantumi. Ci riprova, la canna stavolta è puntata contro il palato, ma l'ultimo proiettile va a conficcarsi nella portiera. Poi il colloquio con la moglie, l'arrivo dei gendarmi...
Ma perché Camilla? Parole di Adalberto Chignoli: «Gli psichiatri mi hanno detto che forse non lo saprò mai. Avrei potuto uccidere mia moglie o mio figlio, chiunque fosse lì. Invece lei, Camilla, che era la bontà...».
Qualche strumento per capire meglio c'è. E va cercato lì, nella vergogna di dover ammettere di fronte alla persona amata un fallimento. Chignoli era un uomo da 500 milioni di lire di fatturato nel 2000. Consulente finanziario. L'anno prima compra una villetta per 900 milioni, con la ristrutturazione si arriva al miliardo e due. Il lavoro però non gira più. Cambia posto, va alla Finigen, società di leasing e credito, ma le Generali la chiudono. «In pratica dal 2005 non guadagno più e faccio un errore: non lo dico a casa. Ero io che dovevo assicurare la tranquillità e sono troppo orgoglioso per ammettere che avevo fallito. Ho cominciato a tagliare tutto: telefoni, macchina, vestiti: Camilla mi diceva: metti sempre quello... Non sapeva».
500mila euro di debiti. Ma ci sono due polizze da 250mila euro in caso di suicidio...
Adalberto Chignoli ha chiesto alla madre, che ha 79 anni, di mandargli in carcere 100 euro per le sigarette. Ecco, è tutto. Da una storia così conviene uscire in silenzio, in punta di piedi. Ognuno ne tragga la morale che vuole.