Uccise il ladro che entrò in casa Colpevole: condannato a 8 anni

La legge esiste, è stata addirittura modificata (a tutela del cittadino) ma per i giudici evidentemente resta lettera morta. Si parla di legittima difesa, del diritto di reagire almeno in casa propria o nel luogo di lavoro. La norma approvata il 13 febbraio 2006, numero 59, prevede, in teoria, molta teoria, che si possa usare un’arma anche per difendere il prossimo. «Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionale all’offesa», recita l’articolo.
Ebbene il risultato è questo: un imprenditore dovrà scontare otto anni di reclusione per aver ucciso un ladro entrato nella sua abitazione. Un banale topo d’appartamento, uno pronto a massacrare o a uccidere per quattro soldi? È accaduto tante volte. Ma come immaginare. Questione di attimi, di paura. Prima di decidere come reagire- secondo certi magistrati- bisognerebbe domandare, magari con toni garbati al Diabolik di turno: «Scusi, se la importuno, ma lei ha brutte intenzioni, forse gradisce un caffè prima di derubarmi?». In una sera tiepida di fine estate tra il 5 e il 6 settembre 2006, in quel d’Arzago d’Adda, nemmeno tremila abitanti appoggiati su una pianura che a sale a cento metri dal mare in provincia di Bergamo, Helvis Hoxa, albanese di 19 anni rimediò una fucilata mentre tentava di fuggire sul Suv appena rubato dopo essere entrato nella villetta di Antonio Monella, cinquantentenne imprenditore.
Quella notte l’uomo, che dormiva con la moglie e il figlio, svegliato da un rumore, era uscito in corridoio e si era trovato davanti uno dei balordi che tra una cosa e l’altra gli avevano rubato le chiavi dell’auto, una Mercedes 280. Mentre il ladro scappava, Montella tornò in camera a prendere il suo fucile da caccia calibro 12, si affacciò al balcone e sparò contro il Suv sul quale il malvivente stava facendo manovra a marcia indietro. Hoxa, colpito a un fianco riuscì a raggiungere i complici, venne caricato sulla loro macchina e quindi scaricato moribondo davanti davanti a un pub di Truccazzano. Su quella fucilita si è scatenata una battaglia anche tra procura della Repubblica di Bergamo e tribunale. Le perizie balistiche di accusa e difesa avevano infatti dimostrato che l’imprenditore non aveva mirato contro il bandito.
Per questo motivo il pubblico ministero Maria Esposito aveva derubricato l’accusa puntando solo sull’eccesso di colposo di legittima difesa.
Non la pensata affatto così il gup Bianca Maria Bianchi, che rispedendo gli atti alla procura, sosteneva che l’imputazione per l’imprenditore dovesse essere quella di omicidio volontario. Ieri la sentenza, ennesima legittimazione, al «diritto all’impunità». Ma sempre e solo per i cattivi. Stando alla sentenza, sparando dal balcone la vittima doveva mettere in conto che qualcuno dei malviventi avrebbe potuto morire. Insomma per fermarli avrebbe dovuto correre, piazzarsi davanti all’auto e possibilmente farsi mettere sotto.