Uccise il marito con un’ascia «Il fatto non costituisce reato» La giudice: «Quell’uomo, violento e sempre ubriaco, era un pericolo anche per i figli». La donna: «Ho avuto paura ed ero esasperata»

MilanoAspettò che il marito si addormentasse, poi gli spaccò la testa con un’ascia. Uno, due, tre colpi. Un omicidio a freddo, quasi cinematografico, quello compiuto da Angela Nichele la sera del 13 marzo 2008. Ma ora, a sorpresa, il gup del tribunale di Bassano del Grappa ha assolto la donna perché il fatto non costituisce reato.
Per capirne di più occorrerà leggere le motivazioni della sentenza, ma a rigor di logica il giudice ha ritenuto che Angela Nichele avesse massacrato il consorte per legittima difesa. Un po’ come capita al gioielliere che è più veloce del rapinatore che gli ha puntato una pistola in faccia. E gli spara, anticipando la mossa del bandito. Il paragone sembrerà ardito ma, al momento, questa sembra essere l’unica strada plausibile per spiegare un’assoluzione che farà discutere. Al limite del codice penale.
Quella sera, come purtroppo accadeva regolarmente, Matteo Zanetti, 46 anni, tornò a casa ubriaco fradicio. La moglie viveva nella paura: lui la picchiava e maltrattava i quattro figli. Una situazione difficilissima e tesissima.
In quel frangente, la donna pensò che la furia incontrollabile del consorte costituisse un pericolo immediato per lei e per i ragazzi. Così maturò con lucidità il suo piano: attese che lui sprofondasse nel sonno, poi andò nella legnaia, prese l’accetta e rientrò in camera.
Qui vibrò tre colpi alla testa e così ammazzò l’uomo che aveva sposato. Il trambusto svegliò i figli che si trovarono dentro una tragedia spaventosa: il padre, immerso nel suo sangue, la madre sotto choc. I quattro, tre maschi e una femmina di età compresa fra i 17 e i 22 anni, si divisero i compiti: due restarono a far compagnia alla mamma, gli altri corsero a denunciarla. La donna confessò immediatamente ai carabinieri: descrisse la dipendenza del marito dall’alcol, le botte, le angherie, il terrore quotidiano. Fino al terribile epilogo.
La signora fu posta agli arresti domiciliari e accusata di omicidio volontario aggravato. Reato che prevede una pena pesantissima. Al termine del processo, condotto col rito abbreviato, il primo colpo di scena: il Pm chiede l’assoluzione della donna, ritenendola non imputabile, perché incapace di intendere e di volere al momento dell’omicidio. Il giudice Barbara Maria Trenti va ben oltre e scavalca l’accusa sulla strada della clemenza: assolve addirittura Angela Nichele perché il fatto non costituisce reato.
Con ogni probabilità, sulla difficile scelta del magistrato ha pesato anche la perizia psichiatrica chiesta a suo tempo dalla difesa. Matteo Zanetti era un uomo violento e un ubriacone: in pratica la moglie lo uccise per legittima difesa. Ecco, dunque, l’assoluzione e la revoca degli arresti domiciliari: la vedova non dovrà più rimanere nell’abitazione della madre, a Cittadella, ma potrà tornare nella casa di Rossano Veneto. La stessa in cui uccise il marito. E dove l’aspettano i figli.