Uccise la moglie con quattro colpi di spitola, condannato a 20 anni

L'uomo aveva sparato alla vittima dopo una lite per l'affidamento dei figli. Per l'accusa tentò anche di colpire il cognato che stava soccorrendo la donna

Quattro colpi di pistola, dopo l'ennesima lite. Per questo, oggi, è stato condannato a 20 anni di reclusione Giuseppe Di Stefano, il 29enne che il 2 settembre 2010 ha ucciso la moglie da cui si stava separando, Maria Teresa Patania, 30 anni, sparandole nel cortile di casa in via Barrili, in seguito a una violenta discussione sull'affidamento dei figli. La condanna è stata inflitta con rito abbreviato, dunque con lo sconto di un terzo della pena, dal giudice per l'udienza preliminare Anna Maria Zamagni. Il pubblico ministero Maria Vulpio il 4 ottobre aveva chiesto per l'imputato la condanna all'ergastolo, ma il gup ha escluso che abbia ucciso con le aggravanti della premeditazione e dei motivi abietti. Entrambi originari di Catania, da tempo vivevano a Milano, in un appartamento occupato abusivamente in uno stabile popolare in via Barrili 9. Quando di fatto si sono separati, Di Stefano si è trasferito nell'appartamento della madre, nello stesso palazzo, ma per lo più viveva in Sicilia. Il giorno dell'omicidio, in base a quanto ricostruito dal pm, la moglie Maria Teresa Patania gli ha citofonato, riprendendo l'ennesima discussione, mentre rincasava insieme ai loro bambini di 3, 4 e 5 anni e alla sorella. Ma Di Stefano è sceso in cortile impugnando una pistola calibro 22 con matricola abrasa e ha cominciato a sparare, colpendola tre volte al petto. Quando lei è crollata a terra, l'ha finita con un colpo alla testa. Quindi è salito in casa, ha raggiunto il balcone e ha sparato altri tre colpi. Lui sostiene in linea retta, ma per il pm ha sparato verso il basso, tentando di uccidere il cognato di Patania corso in cortile per soccorrerla. Infine Di Stefano si è arresto alla polizia, intervenuta sul posto in tenuta antisommossa. E quando è stato portato via ha rischiato il linciaggio da parte degli altri residenti, che gli gridavano contro e lo insultavano. È poi stato accusato di omicidio volontario con le aggravanti del vincolo coniugale, della premeditazione e dei motivi abietti, tentato omicidio, detenzione illegale di arma clandestina e ricettazione della stessa pistola. Oggi la condanna a 20 anni di carcere. Le motivazioni saranno depositate tra quindici giorni. «La sentenza è parzialmente soddisfacente», commenta l'avvocato Agostino Scialla, difensore del 29enne. «Sono cadute le aggravanti contestate dal pm, eccetto ovviamente quella del vincolo coniugale. Tuttavia non comprendo, e su questo attendo di leggere le motivazioni, la mancata concessione delle attenuanti generiche ha un imputato che è incensurato e ha confessato subito quel che aveva fatto. E non comprendo perché sia stato condannato anche per tentato omicidio, visto che gli esami tecnici non sono riusciti a stabilire la direzione dei tre colpi sparati dal balcone».