Uccise la moglie Solo 2 giorni in cella grazie all’indulto

Quattro anni fa ha accoltellato la donna. Oggi, grazie alle attenuanti e al rito abbreviato, riuscirà a non scontare la pena. La difesa della figlia: «Noi vittime di mia madre»

da Palermo

Ha ucciso la moglie a coltellate, sotto gli occhi della figlia sedicenne, al culmine di una lite, l’ennesima di un rapporto familiare difficile. E per questo, col rito abbreviato, adesso è stato condannato a sei anni di reclusione. Ma tra sconti, riduzioni e abbuoni vari potrebbero essere sufficienti gli unici due giorni di carcere già fatti, a livello preventivo, subito dopo l’omicidio.
È la storia di un ennesimo paradosso giudiziario quella che viene fuori dalle aule del palazzo di Giustizia di Palermo. Protagonista di questa vicenda un uomo di 57 anni, Renato Di Felice, contabile di una ditta di argenteria, reo confesso dell’uccisione della moglie, Maria Concetta Pitasi, ginecologa. All’uomo sono stati comminati col rito abbreviato sei anni, contro i 14 richiesti dal pubblico ministero. Tre - trattandosi per di più di un incensurato, reo confesso, che ha risarcito i familiari della vittima con ventimila euro più i beni mobili presenti nella casa coniugale - sono interamente coperti dall’indulto e da attenuanti varie. Restano gli altri tre anni di reclusione. Ed è qui che, come fanno rilevare i difensori, diventano determinanti gli unici due giorni di carcerazione preventiva subita da Di Felice all’epoca dei fatti. Essendo infatti la pena residua inferiore ai tre anni – sia pure per sole 48 ore – è possibile accedere alle misure alternative. Di conseguenza, con ogni probabilità, niente carcere.
Un delitto che fece scalpore, all’epoca – il 24 ottobre del 2003 –, quello che vede Renato Di Felice, suo malgrado, protagonista. Perché la vittima, medico, era piuttosto conosciuta; perché era maturato nella borghesia-bene della città; e perché si schierò al fianco del padre la figlia sedicenne della coppia, che confermò la versione data dall’uomo, sostenendo che la mamma vessava continuamente il marito, tormentandolo e provocandolo. Proprio la testimonianza della ragazzina finì con l’essere determinante per la scarcerazione del padre. Il Gip Vincenzina Massa, il primo giudice che ha esaminato questo delicato caso, all’epoca decise l’immediata scarcerazione dell’imputato reo confesso. Tutti infatti descrivevano l’uomo come una persona mite, garbata. E contro la vittima c’era anche un litigio maturato in mattinata proprio con la figlia, litigio che aveva richiesto l’intervento di una volante della polizia. La situazione sembrava essere tornata alla normalità ma, nel pomeriggio di quel maledetto 24 ottobre, la tragedia era in agguato: la moglie aveva di nuovo cominciato a litigare con la figlia, Renato Di Felice era intervenuto in difesa della ragazzina, era scoppiato l’inferno e, nella foga dell’esasperazione, l’uomo aveva sferrato i colpi mortali, con un coltello a serramanico, al fianco e al torace. «È stata una liberazione», aveva sussurrato l’uomo sotto choc, consegnandosi spontaneamente agli agenti. Le indagini avevano poi accertato che i problemi della coppia erano legati soprattutto al carattere della vittima, descritta come persona piuttosto dura e scontrosa. Di contro Renato era stato descritto da tutti come una persona mite e tranquilla. Una versione confermata anche dalla figlia, testimone del delitto. Di qui, tra le proteste dei familiari della donna, la scarcerazione dopo soli due giorni di carcere.