"Uccise in una nevrosi isterica", così è nata la sentenza-ibrido

Milano - L’avvocato Paolo Chicco la giudica il frutto di un compromesso. «Quando in camera di consiglio si scontrano colpevolisti e innocenisti è inevitabile che si debba raggiungere una qualche forma di accordo». A Torino, dopo dieci ore di discussioni, hanno trovato un punto di equilibrio che la difesa di Anna Maria Franzoni giudica assai fragile. E che dunque si cercherà di smontare in Cassazione.
Certo, occorrerà pazientare e attendere le motivazioni del verdetto, ma le indiscrezioni che arrivano da Palazzo di giustizia, vere o verosimili che siano, fanno capire quale strada gli otto giudici abbiano percorso per arrivare alla soluzione intermedia dei sedici anni. Da una parte si è riconosciuta la Franzoni colpevole di figlicidio, insomma di un delitto orrendo, commesso da una persona capace di intendere e di volere. Ma poi, a sorpresa, le sono state concesse le attenuanti generiche quasi a bilanciare tanta severità. «Certo è un ragionamento contraddittorio - nota Chicco - dai piedi d’argilla. I giudici avevano a disposizione la forbice compresa fra i 21 e i 24 anni previsti per l’omicidio volontario e sono partiti da quota 24. Il massimo. Dunque, hanno avuto la mano pesante, ma subito dopo con le generiche hanno posto le basi per mitigare la condanna».
A Palazzo di giustizia di Torino si parla di nevrosi isterica: smarrita nel labirinto di mille ragionamenti la strada verso la semiinfermità, i giudici avrebbero pescato la soluzione soft di una patologia meno grave, ma sufficiente per ottenere lo sconto. Quel bonus su cui si è soffermato il sostituto Procuratore generale Vittorio Corsi: «Credo che i giudici abbiano riconosciuto il disagio di Anna Maria quella mattina».
Il punto è come si possano sostenere nello stesso momento verità multiple: «Si è disegnata - riprende Chicco - una Franzoni sana di mente, ma anche un po’ malata, assassina ma non così cattiva, colpevole ma solo fino a un certo punto».
La classica soluzione all’italiana fra le due alternative che parevano obiettivamente più logiche: o una Franzoni spietata assassina che uccide il figlio, recita un copione per cinque anni e dunque merita una punizione durissima, esattamete come quella inflitta in primo grado dal gip Eugenio Gramola, oppure una Franzoni malata e dunque più da compatire che da sanzionare. I giudici di Torino hanno deciso di non scegliere fino in fondo, forse perchè fra di loro qualcuno dava credito ad una terza Franzoni: da assolvere perchè gli indizi erano poca cosa. Così la corte si sarebbe attaccata a quella nevrosi immaginando una Franzoni avvolta dalla nuvola nera di uno scompenso ansioso causato da un disturbo isterico: avrebbe fatto fuori il figlio in un momento di scarsa lucidità. «Noi - conclude Chicco - speriamo di ottenere l’annullamento del verdetto in Cassazione e un nuovo processo d’appello».