Uccise il tassista, niente ergastolo

L’ergastolo sicuramente no. Aldo Montessoro uccise il tassista che lo aveva accompagnato nelle stradine di Gavi Ligure. Freddò con quattro colpi di pistola un uomo scelto a caso, un trentaseienne cui la moglie aveva appena detto che sarebbe diventato papà. Ma Mario Montessoro, l’ex metronotte dell’ospedale San Martino, sa che non verrà condannato al carcere a vita. Glielo garantisce la legge, prima ancora che inizi il processo a suo carico. Perché nell’udienza preliminare ha ottenuto il rito abbreviato, che significa riduzione di un terzo della pena. Nella fattispecie dell’omicidio, un massimo di trent’anni di reclusione.
Il giudice ha respinto però l’altra richiesta del suo difensore, l’avvocato Giuseppe Lanzavecchia. Montessoro non sarà sottoposto a perizia psichiatrica, non potrà cioè cercare di dimostrare di non essere stato in grado di intendere e volere, anche se solo al momento di uccidere. Parte con questi due unici punti fermi il processo al metronotte. Le prossime mosse in aula sono fissate per il 20 dicembre, quando verrà ricostruita la drammatica notte tra il 23 e il 24 giugno 2004. Davanti al giudice, pur se solo formalmente, ci sarà anche la figlioletta del tassista Alessandro Garaventa, nata nel febbraio scorso senza poter conoscere il papà. La vedova della vittima si è infatti costituita parte civile al processo e lo ha fatto anche in nome della bimba.
Sulla dinamica dell’esecuzione restano ormai pochi dubbi. anche perché è stato lo stesso Montessoro a raccontare agli inquirenti che quella notte non riusciva a indicare, a causa del buio, il boschetto dove voleva suicidarsi, schiacciato dai debiti e depresso per la malattia della moglie. Una confessione, arrivata al termine di una lunga fuga anche all’estero (in Costa Azzurra con tentativo di imbarco per la Corsica) che ha spiegato anche gli ultimi momenti di vita del tassista e l’assurdo movente per l’omicidio. Garaventa, ormai a fine turno, aveva fretta di rientrare a Genova dalla moglie, che proprio in quei giorni gli aveva detto di essere incinta. Il tassista, spazientito, si è fermato sullo spiazzo davanti al cancello di una tenuta per fare scendere il passeggero. «Mi ha spintonato - ha raccontato Montessoro - poi si è chinato come per prendere qualcosa. Ho avuto paura, ho sparato a occhi chiusi. Volevo uccidermi e invece ho ucciso. Durante la fuga ogni giorno ho pensato di farla finita, mi è mancato il coraggio».