«Uccisi senza pietà con un colpo alla nuca»

Meglio così. Meglio affrontare l’idea, atroce, di avere a che fare con uno squilibrato; con una scheggia impazzita del sistema, per così dire - addirittura biondo e con gli occhi azzurri, secondo il più vieto standard scandinavo - che affrontare l’incubo di un altro 11 settembre in Europa, col fantasma di Osama Bin Laden ad aleggiare sui cieli ospitali della Scandinavia. Meglio rassegnarsi all’idea che sotto la levigata e sonnolenta superficie di un Paese civile e pacifico, orgoglioso della sua tolleranza e del suo modello di democrazia avanzata suppurava un razzismo feroce e sanguinario, ammantato di un malinteso e stralunato cristianesimo; però isolato, enucleabile, piuttosto che tornare a fare i conti con il misterioso, imprendibile, magmatico fanatismo islamico.
I circa cento morti del doppio attentato di Oslo e dell’isola di Utoya, dove i giovani laburisti riuniti in una sorta di campus estivo sono stati inseguiti e ammazzati come cani in un’ora e mezza di follia, alcuni finiti con un colpo alla nuca, altri mentre cercavano di guadagnare la salvezza a nuoto, rappresentano certamente una «tragedia nazionale», come ha detto il premier Jens Stoltenberg. Ma che dire di quell’altra tragedia nazionale rappresentata da un sistema di sicurezza che si fa fare quasi cento morti da un solo killer prima di riuscire a neutralizzarlo?
Anders Behring Breivik, 32 anni, un biondino che in certe foto sembra un fotomodello, una fighetta. Ha confessato. È lui l’assassino a ripetizione, il killer in divisa da poliziotto, il «fondamentalista cristiano» che si aggira nel centro di Oslo prima dello scoppio e il falso agente che sull’isola spalmata di pini e larici urla «vi ammazzo tutti» a ragazzi di vent’anni che sulle prime non riescono a capire come possa l’Eden di Utoya trasformarsi in incubo.
Un killer solitario, dunque, si direbbe. Anche se due testimoni scampati alla strage parlano di almeno un altro complice. «Single, cristiano, conservatore e anti-islamico». Così Anders Breivik si racconta su Facebook. Proprietario di una fattoria, ma con una dichiarazione dei redditi da miserabile, in primavera aveva ordinato grandi quantità di un fertilizzante a base di nitrato di ammonio (sei tonnellate sono ancora stivate nel suo magazzino). Doveva spargerlo nei suoi campi di patate e di meloni. Invece ci ha confezionato la bomba che ha scassato il centro di Oslo.
Il bilancio della strage non è ancora definitivo. Venti ragazzi sono ricoverati in fin di vita, altri mancano all’appello, forse affogati nelle acque dell’isola maledetta e altri potrebbero essere ancora sotto le macerie del centro della capitale. Il re Harald V, la regina Sonia, il premier Stoltenberg, che al raduno aveva mandato anche i suoi figli (usciti illesi dal massacro) ieri si aggiravano a Utoya -fra gli investigatori che cercavano corpi e ordigni inesplosi- col volto sgomento di chi ancora non si capacita, e si inchina alla memoria degli «eroi», come li definisce Stoltenberg, «che sacrificando la propria vita hanno salvato quella di molti amici».
Il giorno dopo, la tensione è ancora alle stelle. Poliziotti con cani al seguito perlustrano il centro della capitale, gli allarmi si susseguono, le partite di campionato della serie A sono sospese per motivi di sicurezza, mentre un ragazzo di 19 anni, un militante laburista, ha passato un sacco di guai per essere stato trovato con un coltello sull’isola maledetta. «Avevo paura», si è giustificato, a occhi bassi.
Sarà dura, ma la Norvegia ha gli anticorpi per superare l’orrore di questi giorni. Così dice Ekil Pedersen, leader del movimento giovanile del partito laburista (Auf). «Gli attacchi cambieranno il Paese, sì; ma in meglio. Continueremo a tenere alti i nostri ideali di tolleranza». Su quello che sta raccontando il killer ai giudici e ai poliziotti, non trapela una parola. È la Norvegia, Paese civile dove i verbali, finché così decidono gli inquirenti, non filano dritti nelle redazioni dei giornali.