Ucciso in battaglia Uri Grossman figlio dello scrittore pacifista David

Il ventenne secondogenito colpito da un razzo anticarro durante l’offensiva di venerdì, costata a Israele 24 morti e un centinaio di feriti

Nicola Greco

Quella di venerdì è stata una delle giornate più sanguinose per l’esercito di Israele: nei combattimenti con i miliziani di Hezbollah sono stati uccisi 24 soldati e un centinaio sono rimasti feriti. La ventiquattresima vittima è il sergente ventenne Uri Grossman, figlio di David Grossman, lo scrittore israeliano più famoso in patria e uno dei più tradotti nel mondo. Il giovane Uri è stato ucciso dai miliziani di Hezbollah nella battaglia più aspra svoltasi l’altro ieri in Libano, nel Wadi Sluki, a sud del fiume Litani, presso le località di Ghandurya e Kantara. I razzi anticarro degli hezbollah hanno centrato numerosi blindati israeliani, che si muovevano con difficoltà in una zona molto impervia. In uno di essi c’era il sergente Uri Grossman, morto a poche ore dal cessate il fuoco.
David Grossman è un patriota, ma è sempre stato contrario a questa guerra, appoggiata peraltro dalla quasi totalità degli israeliani. Tre giorni prima della grande offensiva, in concomitanza con una manifestazione pacifista a Tel Aviv, lo scrittore e due suoi famosissimi colleghi, Amos Oz e A.B. Yehoshua, avevano comprato uno spazio sulla prima pagina del quotidiano Haaretz, da cui avevano lanciato un appello per il cessate il fuoco in Libano. Dopo aver preso atto della legittimità «morale e internazionale» dell’azione militare contro l’aggressione di Hezbollah, i tre maggiori scrittori israeliani si appellavano al governo di Olmert perché accettasse la fine delle ostilità. A questo punto del conflitto, sottolineavano, «non c’è giustificazione per continuare a causare sofferenze e versare sangue da entrambe le parti».
Parole che riecheggiavano quelle di molti altri intellettuali non soltanto ebraici, ma che sono suonate troppo blande alla sinistra radicale israeliana, che definisce Olmert «ebbro di guerra» e predica la disobbedienza attiva fra i militari.
L’autore del best-seller «Vedi alla voce: amore», un viaggio fantastico nell’immane tragedia dell’Olocausto, è nato nel 1954 a Gerusalemme, ed è padre di tre figli. Tradotto in 25 lingue, vive con la famiglia a Mevasseret Zyyon, un villaggio sulle colline della capitale. L’uccisione di suo figlio potrebbe indurre a pensare che l’attivismo pacifista dello scrittore fosse motivato da ragioni personali, cioè dalla preoccupazione per la sorte del suo ragazzo mandato in guerra (anche se per la verità in Israele non c’è praticamente famiglia che non abbia qualche congiunto arruolato o riservista di Tsahal).
Ma la militanza pacifista di Grossman è antica. Nel 1988, quando lavorava per una televisione, fu licenziato perché aveva protestato per il divieto di seguire la diretta di un raduno di giovani palestinesi. E oltre a romanzi tradotti in tutto il mondo ha scritto anche libri-inchiesta sulla questione palestinese (per esempio «La guerra che non si può vincere»), e un’infinità di articoli sulla crisi mediorientale, pubblicati sulle testate di tutto il mondo. Nella sua crociata non è solo: oltre ad Amos Oz e a Yehoshua, è contraria alla guerra in Libano anche l’ex parlamentare Yael Dayan, figlia del generale e ministro della Difesa Moshe Dayan, leggendario vincitore della Guerra dei sei giorni.
Sulle pagine dei più importanti giornali europei e americani David Grossman ha raccontato la tragedia dei popoli israeliano e palestinese, costretti e abituati a convivere all’ombra della morte. E in un’intervista ad Anna Folli, che gli chiedeva come si svolge l’esistenza quotidiana in Israele, Grossman aveva così espresso l’angoscia di chi vive in un Paese sotto assedio, con l’incubo costante del terrorismo e il timore che i tuoi cari possano non tornare a casa da scuola, dal ristorante o dalla discoteca.
«Noi non viviamo», aveva detto. «Sopravviviamo tra un attacco e l’altro, cercando di dimenticare. Viviamo come chi sta sopra il cratere di un vulcano. Sappiamo che ogni secondo tutto può esplodere. Dovunque c’è disperazione. La gente non spera più in un cambiamento. Ogni giorno, quando i miei figli prendono l’autobus, non so se torneranno. Dal luogo dove scrivo sento ogni giorno le sirene delle autoambulanze: quando passa la prima, immagino che sia una donna che sta per partorire. Ma quando le sirene aumentano inizia la pazzia. Comincio a telefonare ai miei cari e ai miei amici per sapere se tutti stanno bene».