Ucciso per un biscotto. Il pm: "Non è xenofobia"

Chiesta la convalida del fermo per i due indagati. L’accusa: omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Non dall’intolleranza. Il padre della vittima: <strong><a href="/a.pic1?ID=290807">&quot;Devono marcire in galera&quot;</a></strong>. Ma Milano non è razzista: <strong><a href="/a.pic1?ID=290802">in città è straniera un'impresa su quattro</a></strong>

Milano - «Il razzismo non c’entra». Lo hanno detto, subito, Fausto e Daniele Cristofoli, arrestati per la morte di Abdoul Guibre. L’ha ripetuto domenica il capo della Squadra mobile di Milano, Francesco Messina. E ieri, l’ha ribadito il prefetto Gian Valerio Lombardi. «Sto ai fatti, e nel provvedimento dei magistrati non ci sono riferimenti ad una matrice xenofoba». Perché la pietra tombale sull’ondata di indignazione politica consumata sulla sorte di un ragazzo con la pelle scura, ma italiano a tutti gli effetti, la mette proprio la Procura. Il pm Roberta Brera, titolare dell’indagine, ha chiesto la convalida del fermo dei due indagati con l’accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Escluso, quindi, il movente razziale.

La causa di tutto, infatti, sarebbe un furto. Meglio, l’equivoco nato in seguito a un furto. A raccontarlo, nel corso di un interrogatorio durato cinque ore e mezza, sono proprio Fausto e Daniele. Padre e figlio. «Ho visto tre persone entrare nel bar - è la ricostruzione di Fausto - e ho pensato che fossero clienti». Lui, racconta al magistrato, era in strada, vicino al suo furgone. «Ho chiamato mio figlio che era nel retrobottega». È a quel punto che Abdoul, John e Samir escono dal locale. L’uomo vede uno dei tre mettersi in tasca qualcosa. Ed è convinto che sia l’incasso di una notte di lavoro, «quasi mille euro appoggiati sul bancone del bar». Non è così. Sono solo biscotti. Ma il meccanismo che porterà alla morte del 19enne si è messo in moto.

«Ladri di merda», è la prima cosa che Fausto grida. «Ladri», non «negri». Quello lo dirà - e lo ammette - solo in un secondo momento. Quando, mette a verbale, sarà faccia a faccia con i tre ragazzi. Nel momento in cui questi, a loro volta, l’avranno insultato. Ma per ora è «ladri di merda, venite a rubare a me che ho lavorato tutta la notte». Così Abdoul, John e Samir scappano. In tasca hanno dei biscotti. Ma Fausto inizia a rincorrerli, perché crede che abbiano i suoi soldi. Ne è convinto, prima di controllare che effettivamente siano stati rubati. E anche questa «è stata una sciocchezza». Chiama il figlio, che prende l’asta di ferro usata per aprire l’anta del chiosco ambulante con cui i due lavorano nelle ore notturne e assiste alla scena che scatenerà la sua reazione. «Ho visto mio padre accerchiato - spiega al pm -, era in difficoltà e ho avuto paura». Perché a quel punto la situazione è cambiata. I tre sono tornati sui propri passi. Si sono fermati a parlare con quattro persone in un’auto, che resta nei paraggi. E impugnano un bastone e delle bottiglie di vetro raccolte da un bidone della spazzatura. «Sono solo in due - avrebbero detto -, facciamogli il culo». Tutto, a una cinquantina di metri dal bar. È allora che Daniele interviene. «Ho dato un colpo solo, volevo allontanarli».

Sarà l’autopsia a chiarire se effettivamente è stato un solo fendente a uccidere il 19enne originario del Burkina Faso. Inoltre, nel fascicolo aperto dalla Procura, entreranno anche le immagini riprese dalle telecamere di una banca, che potrebbero aver registrato il momento dello scontro. «Poi siamo scappati - continua Daniele -, eravamo spaventati». Padre e figlio si allontanano. Fausto torna a casa. Daniele, invece, si chiude nel bar. I due si ritroveranno più tardi, nel loro appartamento. Non sanno che Abdoul è in ospedale. Anzi. Chiamano il loro avvocato, e gli spiegano che «abbiamo ferito un ragazzo, ma non è grave». Non è così. Domenica mattina, Abdoul muore. «Quando lo hanno saputo - spiega uno dei legali dei Cristofoli, l’avvocato Elisabetta Radici - hanno deciso di costituirsi. Poi è arrivata la polizia ad arrestarli». Fausto, inoltre, aveva intenzione di prendersi tutta la responsabilità. È stato il figlio a dissuaderlo. «Sono stato io - ha detto al padre -, è giusto così».

«Si è trattato di un episodio sciagurato - insiste l’avvocato - che sarebbe successo ugualmente anche se il ragazzo non fosse stato di colore». Fausto e Daniele «sono sconvolti per l’accaduto», e «il giovane piange e si dispera». Oggi, padre e figlio si troveranno davanti al gip Micaela Curami per l’udienza di convalida. E spiegheranno la loro versione. Spiegheranno, se ancora non fosse chiaro, che «il razzismo non c’entra».