Ucciso il boss di Porta Nuova, riesplode la guerra di mafia

Ucciso con almeno 4 colpi di pistola Nicolò Ingarao, 46 anni, considerato ai vertici di Cosa nostra. Era appena uscito dal commissariato. Vertice dei magistrati antimafia in Procura

Palermo - Con quattro colpi di pistola è stato ucciso a Palermo poco dopo le ore 9, in via Geremia, Nicolò Ingarao, 46 anni, ritenuto il reggente del mandamento di Porta Nuova. L’uomo, pregiudicato, aveva firmato il registro dei sorvegliati speciali presso il commissariato di zona poco prima di essere ucciso. Era considerato ai vertici di Cosa Nostra.
Nel ’98 mentre era in carcere per scontare una condanna a sette anni per mafia (una tra le diverse che gli sono state inflitte) a Nicolò Ingarao venne notificato un ordine di custodia per l’ uccisione di Giorgio Pecoraro, ammazzato nel ’95 nel rione del «Capo». I pentiti Salvatore Cucuzza e Giovanni Zerbo hanno ricostruito il «contesto» del delitto: l’ agguato sarebbe stato ordinato dalla cosca di Porta Nuova per «punire» Pecoraro che faceva estorsioni senza l’ autorizzazione di Cosa nostra. Ingarao venne condannato all’ergastolo in primo grado ma nel 2004 la Corte d’ Appello annullò la condanna. Dopo le accuse e i conseguenti processi negli anni Novanta il mafioso tornò alla ribalta nel 2005 quando uno degli esattori del racket di Cosa nostra, Francesco Famoso, cominciò a collaborare e descrisse minuziosamente la nuova mappa delle estorsioni in città, un affare da svariati milioni di euro l’anno per le cosche.
Estorsioni e tangenti Ingarao era uno dei boss delle tangenti chieste a tappeto sul territorio a costruttori, commercianti, venditori ambulanti, perfino ai negozianti cinesi che da poco avevano impiantato le proprie attività a Palermo. Nel giugno 2006 venne firmato un nuovo ordine di custodia cautelare per Ingarao, e altri 54 presunti mafiosi e boss, nell’ ambito dell’ operazione «Gotha» che ha scoperchiato gli ultimi segreti delle ’famigliè palermitane anticipando quella che poteva diventare una vera guerra tra cosche. L’ uomo ucciso stamattina, insieme ad altri mafiosi del calibro di Bernardo Provenzano, e all’ ex deputato regionale di Fi, Giovanni Mercadante, sarebbe stato processato il prossimo 18 aprile davanti al tribunale di Palermo.

La paura della gente «Ho sentito tanti spari, sembravano fuochi d’artificio. Poi, mi sono affacciata e ho visto quell’uomo a terra e mi sono spaventata da morire». È la testimonianza di una donna che abita in via Pietro Geremia a Palermo al secondo piano di uno stabile che si affaccia proprio sulla strada, dove è ancora riverso il cadavere della vittima, è ancora in vestaglia. «Quei colpi non finivano mai...», dice ancora. Poi, invita la giornalista a lasciare la sua abitazione. Alla domanda se ha visto chi ha sparato, ha solo scosso la testa senza rispondere.

Vertice in Procura Dopo l'esecuzione si è subito riunito il vertice dei nagistrati a palazzo di Giustizia. Presenti, oltre al procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, il procuratore aggiunto Guido Lo Forte, il pm Maurizio de Lucia, che per anni si è occupato di indagini sullo stesso Ingarao e il sostituto procuratore di turno Fabio Taormina. Gli investigatori non nascondono la loro preoccupazione per il fatto di sangue di questa mattina che, a loro dire, potrebbe essere l’avvio di una nuova guerra di mafia. Ingarao era ritenuto «molto vicino» al boss mafioso Antonino Rotolo, uomo di Bernardo Provenzano.

Lo Forte: impennata di Cosa nostra «Stiamo valutando tutti i significati di questo omicidio di Nicolò Ingarao, che denota certamente una impennata nell’attuale situazione evolutiva di Cosa nostra». Lo afferma il procuratore aggiunto Guido Lo Forte, che coordina i pm della Direzione distrettuale antimafia che si occupano delle cosche mafiose della zona in cui è stato compiuto stamani l’omicidio del capomafia.

E dai balconi c'è chi fotografa il morto col cellulare Sono decine le persone affacciate dai balconi degli appartamenti di via Pietro Geremia dopo il delitto di mafia: gli abitanti della zona, soprattutto donne e anziani, osservano il cadavere ancora riverso sull’asfalto in attesa dell’arrivo del medico legale. Qualcuno di loro, anche se furtivamente, usa il videotelefono per fotografare "l’evento".