Ucciso Osama, esultiamo anche noi

Dietro i giovani americani che sventolano le bandiere in strada dopo
l’eliminazione di Bin Laden c’è la volontà di vivere senza sensi di
colpa né tormenti. Perché l’orrore del fondamentalismo è la negazione
dei nostri diritti

Non è spirito di vendetta, non c’è ferocia né un insano senso di rivincita nella discesa in piazza da parte della folla americana giubilante per la morte di Bin Laden. C’è senso di realtà, buon senso, unità, e soprattutto volontà di vivere senza sensi di colpa né pensieri tormentosi su un’ipotetica prepotenza occidentale. Tutto ciò che diventa nebbioso giorno dopo giorno in questa incerta società preda di un senso di espiazione, desiderosa di pagare un prezzo ai diseredati con un cupio dissolvi esteso fino a giustificare i terroristi, si è palesato a Capitol Hill o a Ground Zero invasi da una folla assertiva, festante.
Non è stato un risarcimento, è stata una restituzione. I giovani americani in piazza che si felicitano perché Bin Laden è stato eliminato siamo noi stessi, che si sia capaci di riconoscerlo o meno, che ci sentiamo attanagliati da remore ideologiche o religiose oppure no. Le famiglie orbate con la foto dei loro cari bruciati o volati da un 30esimo piano; i soldati in divisa, fieri infine di una guerra che il mondo mette loro in discussione da dieci anni; i pompieri accorsi fra la folla; tutti i newyorkesi cui in quella nuvola di polvere e morte toccò di vedere in faccia il demonio. Insieme hanno festeggiato una vittoria elementare e semplice, quella della sparizione dalla faccia della Terra di un pazzo criminale, un Hitler in versione islamista, che ne voleva fare un cratere di odio. Un essere senza il quale il mondo è migliore. Le eliminazioni mirate, avvengono quando il terrorista sta di nuovo per colpire, dunque si agisce quando lo si può finalmente fare, senza perdere l’occasione. Per Bin Laden, queste due condizioni vanno calcolato esponenzialmente, ne valeva bene la pena dopo dodici anni di caccia e decine di migliaia di morti.
L’orrore del terrorismo è la negazione di tutti i diritti costruiti in secoli di controverso lavorio giudaico cristiano; è il divieto a riunirti, di entrare in un posto pubblico senza essere frugato, è l’ossessione del controllo negli aeroporti, il pericolo degli autobus, dei treni, delle metropolitane, dei bar, dei ristoranti, dei mercati, persino degli uffici e delle scuole che esplodono fra le braccia di uno shahid invasato... Lede la libertà. È il dolore di una perdita improvvisa e insensata, il restare paralizzati, è il mutamento psicologico globale che agghiaccia il nostro tempo e il nostro mondo, dallo Yemen a Londra a Parigi a Gerusalemme, a Mombasa a Bali a Mumbai e a New York.
La nostra società, imbambolata dal quieto vivere, non ha mai capito bene come questo potesse accadere, ci è sembrato un risultato scappato di mano, un impazzimento inusitato. Abbiamo persino prese per buone, a volte, le spiegazioni dei terroristi. Hamas, leale terrorista, ieri rimpiangendo Bin Laden, le ha oscenamente suggerite di nuovo in memoria del suo «santo guerriero arabo», come lo chiama: «La politica americana - dice - è basata sull’oppressione e lo spargimento di sangue arabo e musulmano».
La discesa in piazza degli americani mostra gli USA che amiamo, quelli democratici e forti che non si vergognano di aver ragione, da Roosevelt a Bush, di combattere per vincere, di non accettare la sopraffazione. Hanno scritto sui cartelli «Obama uno-Osama zero»; «Questo è il giorno del giudizio e noi vinciamo». La stravagante, a dir poco, fantasia di costruire una moschea a Ground Zero, ha sgomberato quello spazio solenne per lasciare che il tragico vuoto fosse riempito da Amazing Grace. La gente sa benissimo che è stato schiacciato il male stesso, per questo è profondamente contenta.
Il terrorismo non l’ha inventato Bin Laden col suo mentore palestinese Abd Allah Yussef Al Azzam. Tuttavia la dimensione globale e di massa prescelta da Al Qaida è invenzione di Bin Laden, sua l’orrida facilità di individuare nemici a tutte le latitudini, di tutte le età, di tutte le religioni compresa la propria, suo il farne bersaglio di morte subdola e certa, pazientemente pianificata. E poi, spiegarla con voce atona, piana, con espressione neutra pallida, modesta, accoccolato sotto un ecologico cespuglio e una roccia primordiale. Bin Laden scriveva in arabo le sue teorie dell’odio, cariche di riferimenti Coranici che l’Islam moderato ha rifiutato. Nessuno se ne accorgeva, finché il grande storico Bernard Lewis lo lesse nel 1998, e avvertì: guardate che questo terrorista scrive sul giornale Al Quds Al Arabi una dichiarazione di guerra a tutti «i crociati e gli ebrei»: tutti coloro che non appartengono al suo Islam, devono essere uccisi.
Fino all’11 di settembre nessuno ha capito quanto Bin Laden fosse pericoloso. Nemmeno quando di fronte alle sue stragi nei Paesi arabi si scendeva per le strade saltando di gioia e distribuendo caramelle. Ci illudevamo che si trattasse di minoranze fanatiche. Quando Obama dice che non ha compiuto un gesto di guerra contro l’Islam ha ragione. Ma chi l’ha mai compiuto? È l’Islam che attacca l’Occidente, Bin Laden, Ahmadinejad, Hamas, gli Hezbollah e con loro gli eredi ben organizzati di Bin Laden stesso... È il terrorismo islamico, grande potente, agguerrito nemico da battere. A questo punto della vicenda, avendo raggiunto l’uno a zero gli Usa, l’Europa, devono guardarsi bene da consentire il pareggio. La gente è d’accordo.