Ucciso per rapina, non in guerra il partigiano medaglia d’oro

Medaglia d’oro o di latta? A interrogarsi - e poi a darsi una risposta affermativa sulla seconda ipotesi - è Elio Gentili, appassionato cultore di storia locale e collaboratore da più di trent’anni dell’Archivio vescovile di Sarzana, a proposito della massima onorificenza concessa alla fine della Seconda guerra mondiale a Antonio Cambriglia. Era questi un tenente dei Bersaglieri, paracadutato dopo l’armistizio dagli americani in Val di Vara con compiti di collegamento con le brigate partigiane. A raccontarne le «gesta» è lo stesso Gentili, sulla base della testimonianza diretta contenuta nel volume «Memorie di vita partigiana», opera documentatissima del prete partigiano don Battista Ravini, in cui sono descritti due anni di vita della comunità durante la guerra civile 1944-’45. Ebbene, il sacerdote-scrittore, «senza peli sulla lingua» e universalmente riconosciuto e lodato (a suo tempo anche da Nilde Iotti), riporta in dettaglio nel testo scontri, vendette, ladrocini, rappresaglie da ambo le parti, «con nomi e cognomi, senza guardare in faccia a nessuno». Proprio don Ravini racconta della «tragica morte del Cambriglia, nome di battaglia “Cesare“, uomo di bell’aspetto il quale, più che andare in caccia di tedeschi e fascisti, preferiva corteggiare belle donne verso cui era prodigo di regali».
Fra l’altro, «Cesare» gestiva grosse somme di denari che dovevano servire per pagare le requisizioni di viveri e di bestiame fatte ai contadini. Cambriglia venne ucciso in maniera misteriosa il 2 novembre 1944, «probabilmente dal commilitone Filippo Francese di Salerno, o forse da un abitante del paese a scopo di rapina, certamente non in combattimento come recita la motivazione della medaglia». Durante una lauta cena, annaffiata da abbondanti bevute, tirò fuori incautamente dal giubbotto e buttò sul tavolo un mazzo di banconote; al termine del banchetto, il Francese si offrì di accompagnare Cambriglia, malfermo sulle gambe. Gli avvenimenti successivi conosciuti dicono che «Cesare» scomparve insieme alla mazzetta di banconote, e Francese, che fu incolpato del delitto e, pur torturato, si rifiutò di confessare facendo capire di non voler coinvolgere altre persone, venne ucciso a sua volta da un personaggio del luogo con un colpo alla testa, e mai fu fatta piena luce sull’intera vicenda e su eventuali mandanti. Del resto, anche il corpo di Cambriglia «comparve» misteriosamente a fine conflitto: fu ritrovato da alcuni ragazzini, sepolto malamente in un vecchio mulino. Omicidio a scopo di rapina, dunque, altro che «combattimento eroico contro i nazifascisti», come si legge ancora oggi nella motivazione...