Ucraina, filorussi in piazza La crisi in mano ai giudici

Atmosfera politica sempre più pesante in Ucraina, dove continua un braccio di ferro ai massimi livelli istituzionali che rischia di far precipitare il Paese in un clima pericoloso, in cui non sono da escludere disordini di piazza. Il presidente della Repubblica Viktor Yushcenko, filoccidentale e desideroso di portare l’Ucraina nell’Unione europea e nella Nato allontanandola da Mosca, continua la sua battaglia per le elezioni anticipate, ma il Parlamento - in maggioranza vicino alla sinistra filorussa guidata dal premier Viktor Yanukovich - ignora il suo decreto di scioglimento e la convocazione alle urne per il 27 maggio. E mentre le piazze si riempiono di decine di migliaia di attivisti politici - ma questa volta si vedono soprattutto le bandiere blu e rosa degli amici di Yanukovich, frammiste a quelle rosse con falce e martello dei comunisti - la soluzione della crisi è affidata alla Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi entro un termine di cinque giorni.
Ma qui la faccenda si complica ulteriormente. Il presidente della Corte, Ivan Dombrovski, considerato filopresidenziale ed evidentemente sottoposto a pressioni intollerabili, ha tentato di sottrarsi a un compito troppo gravoso dando le dimissioni. Invano: gli stessi diciotto membri della Corte lo hanno rimandato al suo posto e alla sua croce. E mentre Dombrovski si lambicca, le manovre politiche continuano. Yushcenko insiste sull’assoluta necessità di tornare alle urne, «unica via possibile e democratica per dare stabilità all’Ucraina», mentre il capo del governo, che si sente il più forte dei due contendenti, conferma che si rimetterà al giudizio della più alta istanza giudiziaria, ma cerca di allentare la tensione offrendo all’avversario qualche concessione.
Yanukovich ha promesso maggior rispetto per la linea filoccidentale in politica estera scelta dal presidente «arancione». Ma in particolare, il premier non ha eluso il punto più cruciale, quello che secondo gli osservatori è la causa del gioco di azzardo politico che Yushcenko si è risolto a tentare: la rinuncia a reclutare deputati dello schieramento filoccidentale per raggiungere la quota di 300 parlamentari necessaria per modificare la Costituzione e ridurre i poteri del presidente. Ma non si sa quanto questa offerta, che comunque appare tardiva, sia credibile.
Intanto, la piazza si muove. Ieri circa diecimila sostenitori del premier Yanukovich hanno marciato verso il palazzo presidenziale, presidiato dai fedeli di Yushcenko: sui loro striscioni lo slogan «No al colpo di Stato». Si è temuto il peggio, ma nulla è accaduto al di là di un po’ di chiasso. Non è detto che accada lo stesso nei prossimi giorni, perché sembra che continuino ad affluire verso la capitale Kiev migliaia di attivisti provenienti dall’est del Paese, dove si parla in maggioranza il russo e dove il sostegno a Yanukovich è massiccio.
Tra gli osservatori c’è chi si spinge a non escludere come esito di questo braccio di ferro, in un futuro non immediato, la spaccatura dell’Ucraina tra questo est legato a Mosca, cui potrebbe volentieri unirsi la Crimea (che è russa storicamente e che solo per un capriccio di Nikita Kruscev entrò a far parte dell’Ucraina cinquant’anni fa), e l’ovest filoccidentale che nel suo passato è stato parte volta a volta dell’impero austroungarico e in parte della Polonia: qui, ancora diversi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, indipendentisti anticomunisti diedero a lungo filo da torcere all’Armata Rossa.
Ma non ci sono certamente solo fattori storici e politici dietro la «guerra dei due Viktor». Come nella vicina Russia, potenti gruppi economici influenzano la politica. Al centro della contesa ci sarebbe il controllo dei rifornimenti di gas, l’«oro blu» che lo scorso inverno spinse Mosca e Kiev sull’orlo di una grave crisi che preoccupò molto l’Europa. Così il cartello industriale di Donbass, vicino a Yushcenko, è in lotta con gli oligarchi del sud-est, sponsor di Yanukovich. Sullo sfondo l’immancabile Gazprom e l’impenetrabile sorriso di Vladimir Putin, lo zar moscovita in fiduciosa attesa di riportare l’Ucraina, grande promessa mai mantenuta dello scacchiere internazionale, sotto l’ala della Grande madre Russia.