Udc, diaspora continua Terremoto in Sicilia: pesa l’effetto Lombardo

Inarrestabile la fuga per non scomparire. Defezioni in Puglia, Toscana e Calabria. Giovanardi fa seguaci in Emilia e Lombardia

Marianna Bartoccelli - Adalberto Signore

Roma - La frana rischia d’essere imponente. Un po’ per il lavoro certosino che già da qualche tempo sta portando avanti Giovanardi, vero e proprio pioniere dell’Udc nel Popolo della libertà. E un po’ per l’attivismo dei coordinatori regionali di Forza Italia che fin dai primi giorni della querelle tra Berlusconi e Casini hanno messo in campo le loro diplomazie. Ma più della buona volontà dei singoli o della disponibilità dei molti, quella che in queste ore rischia davvero d’essere la chiave di un vero e proprio cataclisma nell’Udc è un banalissimo principio di sopravvivenza politica: il numero di chi va via è sempre inversamente proporzionale a quello di chi resta. Soprattutto con una legge elettorale che prevede uno sbarramento del 4% alla Camera e dell’8 al Senato. Insomma, più si allontana la soglia e meno sono i posti appetibili in lista. Così, ci sta che nelle ultime ore la fuga - «il processo di coerenza» per dirla con Giovanardi - appaia piuttosto corposa.
A partire dalla Sicilia, vera e propria cassaforte centrista visto che alle politiche del 2006 l’Udc è arrivata al 9,6% (l’altra regione in cui ha scavallato l’8% è stata la Puglia, oltre alle Marche che danno però un numero di seggi limitato). L’emorragia, infatti, prosegue. E ha come epicentro Catania con la defezione dell’assessore regionale Torrisi che segue le orme dei deputati regionali Drago e Mancuso. Quest’ultimo pure sindaco di Adrano, comune di quasi 40mila abitanti, dove ieri è nato il gruppo consiliare del Pdl (costituito da tutta la maggioranza). E sempre a Catania, con Drago e Mancuso si sono schierati tutti i giovani di area Udc (il vicepresidente dell’Opera universitaria, due consiglieri d’amministrazione, il presidente della Consulta giovanile delle scuole superiori e decine di consiglieri di facoltà). Insomma, a Catania di fatto l’Udc non c’è più. Non che nel resto dell’isola le cose vadano meglio, visto che l’accordo tra Lombardo e Berlusconi è dato ormai per fatto. E il leader dell’Mpa era l’ultimo appiglio dell’Udc siciliana guidata da Cuffaro. Lombardo e Micciché, entrambi candidati alla presidenza della Regione, hanno infatti deciso di far confluire i fuoriusciti centristi nel cosiddetto listino del presidente (che varia di provincia in provincia e che attribuisce il premio di maggioranza), così da offrire ai dirigenti locali dell’Udc molti più posti di quanti ne possa garantire Casini. Nelle prossime ore stabiliranno chi dei due andrà a Palazzo dei Normanni e chi a Roma, magari a fare il viceministro del Mezzogiorno. Una formula, questa, che cammina di pari passo con la partita nazionale, dove l’Mpa si presenterà in alcune regioni del Sud seguendo il modello della Lega al Nord. Garantendo al Pdl il sostanzioso premio di maggioranza della Sicilia. Ma l’Udc, per usare un’immagine dell’azzurra Gelmini, «è destinata a dimagrire ulteriormente». In Piemonte la fuoriuscita è corposa, guidata peraltro da quel Bonsignore che fu uno dei nove fondatori del partito di Casini e che è pure vicepresidente del Ppe. Transiti in vista pure in Puglia, dove il cellulare del coordinatore azzurro Fitto pare squilli spesso. E dove l’8,1 incassato alle politiche di due anni fa era comunque già a rischio, vista la drammatica situazione di Brindisi (nelle mani del «reietto» Mele, noto per il festino a luci rosse e considerato da Cesa «impresentabile»).
Solo in quella provincia, infatti, l’Udc valeva l’8,6. Mentre nella provincia di Barletta-Andria-Trani sono 14 su 20 i consiglieri che hanno lasciato Casini. Continua, poi, il lavorio di Giovanardi. Che a Como si è portato dietro il segretario provinciale Galli e tutto lo stato maggiore centrista. Come pure nella sua Modena, a Ferrara, a Rimini e nel resto dell’Emilia Romagna. Situazione simile in Toscana, in Veneto, in Calabria (in particolare Vibo Valentia) e in Molise (con il passaggio dell’ex deputato Di Giandomenico).
Il paradosso è che la diaspora non è solo verso il Popolo della libertà. Piccolo cabotaggio, certo, ma fa un po’ impressione sentire che il segretario amministrativo dell’Udc di Roma, quello di Ostia e il capogruppo centrista di Cerveteri fanno le valige e se ne vanno. Non con Berlusconi, ma nella Rosa bianca.