Udc e Lega alzano il tiro sulla Finanziaria

Una parte della maggioranza vorrebbe alzare le aliquote sulle rendite finanziarie

Antonio Signorini

da Roma

Udc e Lega nord alzano il tiro sulla Finanziaria. Mentre la trattativa sulla manovra entra nella fase più concitata e continuano a rincorrersi indiscrezioni e smentite sulla copertura (ieri si è tornati a parlare di un anticipo al 2006 della riforma previdenziale), i vertici del partito centrista e quelli del Carroccio si sono fatti sentire contemporaneamente per bocciare la bozza della legge firmata dal ministro dell’Economia Domenico Siniscalco.
Per l’Udc ha parlato per primo il responsabile economico Ivo Tarolli secondo il quale la bozza «è da rifare» perché configura una manovra che non è «né una finanziaria elettorale né una finanziaria strategica». Per questo la direzione Udc ha deciso di bocciarla «severamente». Appena più morbido nei toni, ma non nella sostanza, il segretario Marco Follini che ha definito «debole» la finanziaria in particolare per quanto riguarda le risorse da stanziare a favore della famiglia e dello sviluppo. Sulla stessa linea la Lega. «Sono d’accordo con Tarolli, questa finanziaria non ha un’ossatura elettorale e nemmeno una strategica», ha commentato il ministro delle Riforme Roberto Calderoli che ha attaccato l’inquilino di via XX settembre anche su un altro fronte: «Sarà bene che Siniscalco si dedichi un po’ meno alla Banca d’Italia e agli interessi collegati e pensi di più agli interessi del Paese».
Nel governo c’è chi ha visto dietro questa inedita alleanza Lega-Udc proprio il segno che in questa fase politica, più che il merito della finanziaria, sta ancora pesando la vicenda di Bankitalia. Con l’aggravio dell’annunciata partecipazione del governatore Antonio Fazio al Fondo monetario di Washington, non gradita al titolare dell’Economia.
Alle schermaglie politiche si sono aggiunte nuove indiscrezioni sul contenuto della bozza. Sulle agenzie stampa sono uscite nuove tabelle per la copertura della finanziaria che comprendono anche l’anticipo al 2006 della parte della riforma previdenziale che dovrebbe entrare in vigore solo nel 2008 e la riduzione delle finestre per l’anzianità da quattro a due. Tarolli ha rincarato la dose sostenendo che lo schema della finanziaria presentato dal ministro dell’Economia stabilisce «il taglio di quasi 4 miliardi per la previdenza, interviene cioè direttamente sull’indicizzazione delle pensioni. E questo - ha protestato - è inaccettabile».
Già nei giorni scorsi il ministero dell’Economia aveva smentito ogni intervento sulla previdenza. E anche ieri da via XX settembre è filtrata una reazione irritata: queste indiscrezioni, hanno detto ambienti del ministero, «sono diffuse da fonti che fanno disinformazione di scarsa qualità». A escludere qualsiasi modifica della riforma previdenziale anche il ministro del Welfare Roberto Maroni: «È una ipotesi impossibile. Un’ipotesi che non esiste. Compito del Governo - ha aggiunto il ministro - è dare attuazione alla legge delega e non cambiare la riforma. Per noi il discorso è chiuso». Nella nuova versione della bozza si ipotizzavano anche tagli alle regioni per sei miliardi e una stretta sul pubblico impiego per per 1,2 miliardi. E anche queste voci sono state escluse.
Al di là delle polemiche governo e maggioranza continuano a lavorare sulla manovra e, in particolare, sulla copertura. Per il ministro dell’Agricoltura e responsabile finanziaria di Alleanza nazionale Gianni Alemanno «si riscontra una situazione di conto economico complessivo molto tirato. Bisognerebbe avere ulteriori coperture». Il viceministro dell’Economia Mario Baldassarri è tornato a chiedere una finanziaria più consistente, «25-30 miliardi, per dare quello slancio che serve a compensare questo freno nei confronti dell’economia reale». Una parte della Casa delle libertà, An e Udc, vorrebbe ancora aumentare le aliquote sulle rendite finanziarie. Follini l’ha definita una proposta «di equità», in linea con quanto succede nel resto dell’Unione europea. Lega e Forza Italia continuano a voler escludere questa strada che consisterebbe in un aggravio della pressione fiscale.