Udc, parla Casini e corregge la linea Follini

Marianna Bartoccelli

da Roma

Stavolta entra dall’ingresso del Palalottomatica che lo porta dritto sul palco. A differenza del primo giorno, quando Pierferdinando Casini scelse di ascoltare la relazione del segretario del suo partito tra Marcello Pera e Silvio Berlusconi, nella zona degli ospiti istituzionali. Seduto tra Giovanardi e Cuffaro, nelle vesti del presidente del congresso, una fila sopra Marco Follini, ascolta senza perdere una virgola l’intervento del ministro Buttiglione, uno dei pochi «grandi vecchi» rimasti tra i democristiani dell’Udc.
La telecamera lo inquadra spesso quando assentisce alle cose che Rocco Buttiglione dice e dal movimento della labbra si intuisce che ripete a chi gli sta vicino: «Bravissimo, bravissimo». Alla fine il secondo abbraccio è con lui. Il primo, come conviene al galateo congressuale, è con il segretario. Ma è proprio con uno strappo al galateo istituzionale che «Pier», come lo chiama Follini quando lo ringrazia, esce dal suo posto sul palco e si avvia al podio per il suo intervento «corposo» come già annunziato dalle agenzie. Così è stato, quaranta minuti fitti, una vera e propria relazione di chiusura del congresso (alla fine Follini si limiterà ad accogliere la sua rielezione plebiscitaria e a salutare e ringraziare tutti), accompagnata da una standing ovation iniziale e numerosi applausi di condivisione e di sollievo.
Un discorso a braccio ma con una scaletta pensata e ricca di passaggi che rimarcano l’importanza del ruolo dell’Udc dentro il centrodestra e del ruolo di Silvio Berlusconi nella Cdl ma nello stesso tempo non contraddicono le affermazioni di Follini. Con toni morbidi ma convincenti affronta i temi del partito unico, «dobbiamo gettare il seme per un grande partito nazionale», della leadership, quelli della politica internazionale, del ruolo dell’Europa, delle questioni emerse dal referendum, dello scontro sulla giustizia e della necessità di riprendere i temi dell’antimafia. Ma il cuore del suo intervento è quello legato «ai valori», ai temi del laicismo e dell’identità cattolica dell’Italia. Dal ricordo di Papa Wojtyla e della sua frase «Non abbiate paura», al significato profondo del referendum che ha dimostrato che «il terzo millennio pone al centro la questione esistenziale». All’inizio della sua relazione attacca il laicismo di Stato e accusa quanti vogliono costruire uno Stato «senza Dio né religione». «Oggi esplode in tutta la sua forza la questione antropologica e la Chiesa scende in campo offrendo le sue verità, anche scomode, sgradite che non corrispondono né ai nostri stili di vita né alle nostre convenienze personali. Ma il messaggio evangelico si legge nella sua interezza, questa è la novità dello scorcio di questo pontificato» sottolinea prima di passare ai temi più politici, primo fra tutti la necessità di realizzare un partito nazionale dei moderati: «Se non sarà possibile realizzarlo insieme ai nostri alleati, sarà comunque una sfida per noi prima delle elezioni». Stoppa le polemiche della Cdl sull’intervento di Follini «che certo ha un cattivo carattere, ma meglio Follini di chi non ha carattere», e riconosce che «dal 1994 senza Berlusconi il centrodestra non sarebbe esistito e sapevamo anche prima chi era Berlusconi e da quale esperienza professionale veniva». Riconosce i meriti del premier e subito dopo aggiunge che «bisogna radicare il centrodestra anche dopo Berlusconi». E rispondendo soprattutto a Tabacci e ai tanti antiberlusconiani venuti fuori dal congresso: «Il centrodestra ha perso, ha perso, ha perso ininterrottamente. È inutile far finta di niente, o trovare delle scuse. Ma non si può pensare che chi era demiurgo ieri, oggi sia l’unico ostacolo. Pensare che Berlusconi è il problema sarebbe sleale e soprattutto non sarebbe vero». Definisce le riforme istituzionali un’occasione persa (bacchettando anche i deputati per il loro frequente assenteismo), ma mette un freno all’ipotesi del ritorno al proporzionale: «Non è percorribile in questo scorcio di legislatura» e accusa i Ds di essere «i guardiani di questo bipolarismo». Sottolinea che l’Udc è nata «per restituire l’orgoglio politico ai democristiani», e che l’obiettivo adesso è quello di un grande partito nazionale, radicato nel cuore della gente: «Non ci deve spaventare l’ipotesi di perdere. In politica si perde e si vince. L’importante è non essere liquidati con il marchio dell’ignavia».