Udc, partito moderato e smemorato

Peppino Calderisi*

Allo «strappo» di Casini occorre rispondere senza anatemi e minacce e neppure blandizie, ma con argomenti politici. Casini critica Berlusconi e la Cdl in nome dei moderati, del bipolarismo maturo, della governabilità, delle riforme e delle liberalizzazioni ed è su questi temi che occorre affrontare apertamente il confronto. Non solo è lecito ma anche necessario discutere degli errori che la Cdl ha commesso e che è portata a commettere, ma questa discussione deve essere costruttiva e non strumentale.
Innanzitutto occorre ricordare che la storia di Casini nella Casa delle libertà non ha proprio sempre brillato per moderazione. Ad esempio, Casini fu decisivo per far abortire il tentativo Maccanico e, prima ancora, per imporre a Berlusconi di non votare a favore del governo Dini. Insomma, anche Casini ha spesso sacrificato la moderazione e pure il moderatismo all'illusione delle «spallate» e alla logica non illegittima delle convenienze di parte.
Anche in tempi più recenti non riusciamo a ricordare strenue battaglie di Casini e dell'Udc a favore delle riforme liberali, mentre abbiamo ancora presente la sua ferma opposizione al terzo modulo di riforma fiscale. Se Casini e l'Udc vogliono ora le liberalizzazioni, ne siamo felicissimi e li aspettiamo alla prova concreta dei fatti.
Casini critica fortemente e vuole far saltare l'attuale bipolarismo che spinge a creare coalizioni tanto larghe quanto poi incapaci di governare. La critica è fondata, anzi fondatissima.
Ma analizziamo la questione in modo più approfondito ed esaminiamo le ricette proposte da Casini. Innanzitutto, occorre chiedersi se sia proprio del tutto sbagliata la strada sinora seguita del bipolarismo «inclusivo» e della costituzionalizzazione delle ali dello schieramento (non ci riferiamo alle micro-formazioni estremiste, ma alle forze dotate di un significativo consenso). Forse è necessaria una riflessione comune. Ad esempio, è preferibile avere la Lega all'interno della coalizione del centrodestra, una Lega che certamente usa toni propagandistici provocatori e sconvenienti ma che è poi disponibile a porre rimedio, a difesa dell'interesse nazionale, alla dissennata modifica «federalista» del titolo V dell'Ulivo, oppure è preferibile una Lega fuori dalla coalizione, non responsabilizzata e probabilmente secessionista a inseguire impennate elettorali? Quale scelta è più conveniente per il Paese?
Lo stesso discorso vale per il centrosinistra, anche se va riconosciuto che il parallelismo è molto diseguale: a fronte del comportamento della Lega dianzi ricordato, è sotto gli occhi di tutti la capacità di Rifondazione comunista e della sinistra antagonista di imporre una linea estremista a tutta l'Unione, come dimostra la disastrosa legge finanziaria all'esame delle Camere.
Per realizzare un sistema bipolare maturo occorre agire sia sul piano politico che su quello istituzionale. Per quanto riguarda il primo, non c'è alternativa alla costruzione, tanto nel centrodestra che nel centrosinistra, di soggetti politici unitari capaci di rappresentare, ciascuno, almeno il 35/40% dell'elettorato. In tutti i Paesi europei il bipolarismo funziona così. Ma proprio ora che, specialmente nel centrodestra, sono gli elettori a spingere fortemente in questa direzione, Casini e l'Udc sembrano rifuggire da questa prospettiva che pure avevano coltivato per tanto tempo.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, va sottolineato con forza che in tutti i maggiori Paesi europei il premier e l'esecutivo dispongono di adeguati strumenti istituzionali in grado, se non di assicurare, quanto meno di favorire la governabilità contro il potere di veto delle componenti minoritarie e massimaliste della maggioranza. Perché l'Udc e Casini si sono sempre opposti a tali strumenti istituzionali o, quanto meno, ai più significativi tra essi, come il potere di scioglimento?
Per quanto riguarda la legge elettorale, Casini propone il sistema tedesco. Ma tale sistema - Casini lo sa benissimo - si fonda sulla proporzionale quasi pura. Pertanto è solo in grado di fotografare la realtà esistente: in Germania fotografa una realtà storicamente di pochi partiti, di cui due con il 35/40% dei consensi; in Italia fotograferebbe solo la frammentazione senza alcun bipolarismo. Il sistema tedesco importato in Italia darebbe luogo solo a governi che si formano (e si disfano) dopo il voto in Parlamento, consentendo a forze di «mezzo» di poter far parte di qualsiasi maggioranza di governo. Dovrebbero essere questi i governi capaci di realizzare le riforme strutturali e i processi di liberalizzazione di cui il Paese ha bisogno? È credibile la ricostituzione di un «Grande centro» per assicurare la governabilità?
Nel 1999 Casini era sostenitore, insieme a Fini - e diversamente da Berlusconi -, del referendum per abolire il riparto proporzionale del 25% dei seggi. Voleva abolire la conta dei voti sui simboli dei partiti, anche del proprio, per dar vita a un sistema basato principalmente, anche se non esclusivamente, su due grandi formazioni politiche. Non era quella la ricetta giusta? Perché allora Casini era sostenitore di quel referendum e ora sembra agitarsi innanzitutto con l'obiettivo di contrastare il nuovo (ma analogo) referendum elettorale? Nel 1999 era favorevole solo perché Berlusconi era contrario? Non possiamo crederlo.
* coordinatore dei Riformatori liberali
www.riformatoriliberali.org