Udc, svaniscono in Parlamento gli ultimi sogni della sinistra

La delusione di Fassino e Castagnetti che speravano in uno strappo di Follini alla Camera. Tabacci: «Sono avviliti? Ma che si aspettavano?»

Gianni Pennacchi

da Roma

Ed ora che siamo al palo tanto agognato, chi sarà il candidato postdemocristiano nelle primarie del centrodestra decise nel fulmineo vertice di ieri? Non esprime la «vivissima soddisfazione» di Gianfranco Fini, il segretario dell’Udc che in serata lascia Palazzo Chigi per raggiungere il suo ufficio. Col passo di chi anzi deve far buon viso a cattivo gioco, perché in definitiva e almeno formalmente, ha avuto soddisfazione. Dunque, Marco Follini non si sottrae all’interrogativo e conferma: «Alle primarie è ovvio che ci sarà un candidato dell’Udc». E chi sarà a contendere la premiership a Silvio Berlusconi? «Per riserbo politico-istituzionale, credo che sia giusto fare il nome appena viene indetta la consultazione», è la risposta. Vuol dire probabilmente che Follini vuol lanciare Pier Ferdinando Casini.
In ogni caso non è un problema di oggi, adesso l’Udc deve esultare e cantare vittoria. Seduto al tavolo della conferenza stampa, all’ala sinistra degli alleati e del risorto ministro dell’Economia, Follini ha appena dichiarato pubblicamente: «Nei momenti di grande difficoltà è doverosa una grande chiarezza. Noi abbiamo posto il tema della leadership. C’è chi pensa che nel 2006 il candidato migliore sia Silvio Berlusconi. C’è chi, come me, come l’Udc, pensa di no. Il tema è come confrontare in modo limpido queste posizioni. Questo è l’appuntamento che abbiamo di fronte». E Berlusconi non solo non si è offeso ma anzi gioisce perché «per la prima volta» in un vertice della Cdl, «l’onorevole Follini» ha posto il problema.
Posto e «immediatamente accolto», con la scelta di un «sistema democratico per la designazione» del candidato leader. Superato lo scoglio che sembrava insormontabile, gli altri nodi si son sciolti come neve al sole: la bozza di riforma elettorale aveva già il placet di tutti i partner, per la finanziaria Giulio Tremonti si è impegnato a rispettare il programma del Berlusconi III e dunque a «tutelare famiglie e fasce deboli», dunque l’Udc molla i freni sulla riforma costituzionale federalista. Per questo, il vertice è durato meno di un’ora: cos’altro poteva opporre, Follini? Tutto sommato è durato di più il pre vertice a Montecitorio tra Casini, Berlusconi e Fini. C’era Gianni Letta, ma non Follini. È lì che s’è risolta la vera crisi, quella esplosa improvvisamente nella notte per le dimissioni di Domenico Siniscalco, con la rocambolesca soluzione Tremonti. Casini li ha avvertiti i suoi, riuniti ai Due Macelli nello studio di Follini, e Buttiglione è uscito per annunciare che «a volte ritornano». Mentre il presidente della Camera scendeva nel cortile a fumarsi un sigaro e allegro come un bambino assicurava che no, «non c’è ancora l’accordo», lui con Berlusconi e Fini aveva scambiato «solo due chiacchiere».
Poteva rompere davvero, l’Udc? Perché allora non lo ha fatto al mattino in Parlamento, quando invece Follini ha preferito parole di pace per la Cdl, è questa «l’occasione di un chiarimento vero» diceva, deludendo Piero Fassino che gli inviava accorati biglietti, «caro Marco», e Pierluigi Castagnetti che lo rimproverava: «Sigillerà un’intesa debole, pur di evitare le elezioni anticipate». Tabacci è amareggiato: «Sono delusi? Ma che si aspettavano? Con la chiusura sulla riforma elettorale, hanno di fatto ingessato il bipolarismo».