Udc veneti contro Follini: «Basta figli e figliastri»

Francesca Angeli

da Roma

Maggio 2005: fuga dall’Udc. Siamo a primavera ma il clima è decisamente autunnale per il partito di Marco Follini, che continua a perdere in giro le foglie se non addirittura rami pesanti come il 21 per cento di Raffaele Lombardo in Sicilia. Dopo la diaspora catanese adesso tocca al Veneto, regione chiave nel Nord Est per i centristi, vecchio bacino elettorale della Dc.
Settimo Gottardo, il segretario regionale (insieme al senatore Ugo Bergamo, all’onorevole Luigi D’Agrò e al consigliere regionale Francesco Piccolo) ha preso carta e penna ed ha scritto una lettera di fuoco al segretario nazionale esprimendo «grave rammarico e profondo dissenso» per il modo in cui Follini ha mediato la formazione della Giunta regionale in Veneto. Gottardo prende atto che la parola e l’indirizzo del segretario «valgono solo quando sono a favore di una parte (la Tua?)», osservando che l’intervento nazionale presso il presidente Galan ha portato ad una definizione della giunta che addirittura «umilia l’Udc» visto che nelle deleghe «non ha avuto riconoscimento di partito di governo, bensì di partito residuale con qualche incarico confermato ad personam a spese della rappresentanza e del peso complessivo di tutto il partito». E dato che uno sguardo vale più di mille parole Gottardo ieri sera ha preso l’ultimo aereo per Roma e questa mattina chiederà udienza a Follini «per un chiarimento», come spiega lui stesso. «Spero che il segretario mi riceva - dice Gottardo - perché in Veneto il disagio è forte».
Ma che cosa è successo di tanto grave? Lo spiega uno dei firmatari della lettera a Follini, il capogruppo Udc in commissione Attività produttive della Camera, D’Agrò. «Il partito è stato tagliato fuori da qualsiasi decisione e allora a che serviamo? - dice D’Agrò -. Ci sono figli e figliastri mentre il ruolo di Follini dovrebbe essere proprio quello di dare voce e rappresentanza a tutte le anime del partito». In sostanza i due posti di assessore disponibili sono andati all’eurodeputato Stefano Valdegamberi e ad Antonio De Poli mentre nessuno della rosa dei nomi proposta da Gottardo (Franco Bozzolin, Francesco Piccolo, Sante Bresson) è stato preso in considerazione. «Insomma se ci sono due galli che beccano tutto dalla direzione dovrebbe arrivare un segnale di mediazione e non di divisione - dice D’Agrò -. Ed invece è chiaro che un filo sottile lega il leaderismo locale al leaderismo nazionale». E allora adesso che succederà? «Il disagio è grande e la disaffezione è forte - ammonisce D’Agrò -. In tanti sono amareggiati, non c’è dubbio che ci sarà gente che farà altre scelte».
A questo punto il ministro per i Rapporti col Parlamento, Carlo Giovanardi, deve vestire gli ingrati panni di Cassandra visto che proprio pochi giorni fa aveva ammonito i colleghi di partito in questo senso. «Dopo aver perso Gianfranco Rotondi, Sergio D’Antoni e Raffaele Lombardo non possiamo permetterci altre perdite», aveva detto Giovanardi. Questo episodio dunque non fa che confermare «lo scollamento tra il partito nazionale e le realtà locali», osserva Giovanardi. L’esigenza di autonomia a livello locale aumenta mentre via Due macelli resta sorda a questa esigenza. Insomma un’altra brutta grana per Follini ad un mese dal congresso nazionale ancora ufficialmente fissato per il 24 giugno anche se oramai i più lo danno per rimandato ad ottobre.

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