Ue, Blair stoppa la Merkel «Posso anche andare via»

Il cruciale vertice di Bruxelles comincia in salita come previsto: Londra «non accetta intrusioni»

nostro inviato a Bruxelles

L'antipasto - come ampiamente previsto - è risultato indigesto. Al primo giro di tavolo, nella cena tra capi di Stato e di governo che di fatto ha aperto ieri sera il summit a 27, Angela Merkel si è trovata di fronte le scontate opposizioni di Polonia, Olanda, Cechia e Gran Bretagna al progetto elaborato dai tedeschi per far ripartire la Ue. E se i primi tre Paesi si son limitati a sollevare obiezioni, è stato invece Tony Blair a mettere bruscamente i piedi nel piatto.
«Se si oltrepassano le linee rosse che abbiamo indicato, posso anche alzarmi e andarmene», ha confessato senza infingimenti. Ribadendo quanto aveva dettato poco prima al Times e confermando che Londra non accetta intrusioni di alcun genere sui terreni della politica estera, della giustizia, del sociale e della difesa. Al massimo, s'è captato dalle sue parole, la Gran Bretagna potrebbe accettare regole in cui le fosse permesso un opt out: ovverosia la garanzia di non doverle rispettare. Una sorta di secondo «sconto inglese», che preoccupa non poco. Non solo perché mezza Europa paga ancora pegno all'ideona elaborata a suo tempo da Margaret Thatcher, ma soprattutto perché, seguendo la Gran Bretagna, anche altri a questo punto iniziano a pensare di aderire al nuovo trattato, ma chiamandosi fuori ora in questo, ora in quello. Un’Europa insomma, con un menù alla carta, dove ognuno ordina quello che più gli piace e rifiuta il resto...
Non è comunque finita: la giornata cruciale è quella di oggi, in cui la Merkel, in una serie di incontri bilaterali, dovrà dar prova di che pasta è fatta, al di là delle buone intenzioni fin qui mostrate. Qualcuno già scommette sul cedimento di olandesi e cechi e forse anche dei polacchi, desiderosi di buoni affari con Berlino. Ma Londra resta un incognita serissima. Anche perché alle porte (mercoledì prossimo) c'è il cambio della guardia tra Blair e lo scozzese Gordon Brown, che notoriamente è molto meno filo-Ue del suo predecessore di cui guata le mosse con malcelato sospetto in queste ultime ore da inquilino del numero 10 di Downing Street.
In questo quadro già desolante - di fatto con il nuovo trattato messo a punto dai tedeschi la Ue ha già rinunciato a Costituzione, bandiera, inno, possibilità di chiamare leggi le sue norme e ministri i componenti della Commissione - cresce il rischio di nuove discrepanze. Difficile che possa nascere la figura del segretario di Stato o del rappresentante per l'esterno (mai e poi mai ministro!); difficile anche la presidenza per due anni e mezzo, in modo da evitare la giostra semestrale. Né alcuno - almeno fin qui - ha posto veti né a quanto è stato cancellato, bandiera in testa, né a ulteriori possibili cedimenti alle pretese britanniche. Tattica o paura di perdere davvero Londra? Perché tra le pieghe degli accordi in vigore, tra le altre cose, si è scoperto - come hanno fatto notare fonti diplomatiche italiane - che a questo punto è più facile lasciare la Ue che costruire cooperazioni rafforzate, viste le obiezioni, allora sì, che potrebbero venire alzate.
Resta da dire del ruolo del governo italiano in questi frangenti: modesto se non proprio nullo. Decisissimi a dire «no a qualsiasi stravolgimento del testo Giscard-Amato» in patria, Prodi e D'Alema si limitano a fare i figuranti o poco più in quel di Bruxelles. Il gioco fin qui lo hanno avuto in mano, oltre alla presidente temporanea Angela Merkel, Blair, Sarkozy, i gemelli Kaczynski (che si sono spinti a chiedere alla Germania un «risarcimento costituzionale» per i morti della seconda guerra mondiale) e persino Zapatero. Mai il nostro presidente del Consiglio. Il quale, nonostante i precedenti di numero uno della Commissione - o forse proprio per quello - mai è riuscito a indirizzare il percorso del negoziato o a entrare nel vivo della partita. Anche ieri, davanti alla possibilità di nuovi cedimenti ha fatto spallucce, mandando a dire in giro che l'Italia rimane per un «sofferto sì» ai nuovi testi fin qui elaborati.
Come finirà? La Merkel si gioca tanto in questa due giorni (forse tre) di Bruxelles. Ma Blair non è da meno. Difficile che i due si limitino a un rinvio dei problemi alla Conferenza intergovernativa (Cig) che da qui a fine anno dovrebbe sciogliere gli ultimi nodi. Anche perché sono in parecchi a reclamare indirizzi di marcia certi, proprio per evitare sorprese o impuntature. Il braccio di ferro in atto non è di maniera come nel passato: la Cancelliera non intende riaprire in alcun modo il pacchetto istituzionale, che comprende tra l'altro il nuovo metodo di voto, il premier britannico va dicendo che o lo si scardina o lui alza i tacchi e se ne va. Mai come oggi si ha l'impressione che in un solo giorno si possano giocare i 50 anni di Ue celebrati solo qualche mese fa a Berlino.