La Ue congela i beni libici E con il caro petrolio a Mosca è di nuovo boom

L’Europa congela tutti i beni del governo libico e si lecca le ferite del caro petrolio; la Russia osserva compiaciuta l’inattesa fortuna che le è capitata (sempre del caro petrolio si tratta); la Cina cerca di uscire con meno danni possibile da una situazione per molti versi carica di incognite. La crisi di Tripoli ha colpito in maniera diversa le tre grandi aree economiche che contendono agli Stati Uniti la supremazia internazionale. E ieri a muoversi è stata l’Unione Europea che ha fatto un altro passo verso la sterilizzazione di tutte le proprietà dello Stato libico sul territorio dei 27: partecipazioni in società quotate, ma anche gruppi petroliferi (il marchio più noto è Tamoil), immobili prestigiosi come la sede dei LLoyd’s nella city londinese. In totale beni per un valore tra i 60 e gli 80 milioni di dollari di proprietà del fondo sovrano di Tripoli, la Libyan Investment Authority, della banca centrale, di alcune società collegate.
Il regolamento attuativo delle sanzioni sarà pronto domani ma già ieri, società come le italiane Unicredit, Finmeccanica e Juventus si sono preparate a congelare la quote libiche: niente diritti di voto, niente dividendi, niente possibilità di cedere le quote. Tutto bloccato, anche se dal punto di vista pratico non cambia molto. Almeno a breve termine. Perchè se l’incertezza sulla titolarità della sovranità in Libia dovesse prolungarsi, allora sì potrebbe nascere qualche problema nelle strutture azionarie dei gruppi interessati.
Nei giorni scorsi erano già stati bloccati i beni di 26 persone fisiche a livello europeo e ad agire con più decisione era stata Londra che aveva sterilizzato tra l’altro la quota di poco più del 2% nel gruppo Pearson, che pubblica tra l’altro il Financial Times. Proprio Gran Bretagna e Francia sono state le più severe nel richiedere il congelamento. In entrambi i Paesi la lybian connection era particolarmente forte: durante una recente visita Sarkozy aveva concesso a Gheddafi di montare le sue tende a un tiro di schioppo dall’Eliseo. E quanto alla Gran Bretagna era stato Tony Blair a riaprire al Colonnello le porte della comunità internazionale dopo gli anni delle sanzioni. I rapporti personali erano fortissimi: fino all’estate scorsa lo stesso Blair ha incontrato regolarmente il raìs su incarico di Jp Morgan, la banca d’affari di cui è consulente.
Negli ultimi anni però il grosso dei suoi affari la Libia li ha fatti con l’Italia: basta pensare al fatto che l’interscambio commerciale di Tripoli con Roma è stato, fino alla crisi, 8 volte quello con Londra. Si spiega così la severità anglo-francese e la prudenza italiana, che aveva invitato a distinguere tra i beni personali dei vertici del regime, e quelli dello Stato libico, potenzialmente oggetto di un diverso trattamento.
Chi invece di questi problemi non ne ha è la Russia, che dalla fiammata dei prezzi del greggio sta ricavando un inatteso bonus per le casse statali. La settimana scorsa i canali tv del Paese hanno trasmesso gli spezzoni di un vertice tra il premier Vladimir Putin e il ministro delle Finanze Aleksei Kudrin. I due hanno annunciato che se gli aumenti del prezzo del petrolio reggeranno ancora un po’, il governo potrà riprendere gli accantonamenti per il cosiddetto Fondo di riserva, una sorta di cuscinetto finanziario formato con i ricavi dell’industria petrolifera e utilizzato per grandi progetti assistenziali e infrastrutturali. Secondo produttore al mondo di greggio dopo l’Arabia, la Russia può ora approfittare del clima di generale instabilità che ha travolto l’intero Medio Oriente. Anche gli sceicchi sauditi, per paura di una rivolta di piazza, hanno dovuto subito mettere sul tappeto 36 miliardi di dollari di investimenti, aumenti salariali, e aiuti all’economia. Unico limite della posizione di Mosca la relativa rigidità del suo apparato estrattivo, che non è in grado di aumentare più di tanto la produzione.
Agli antipodi della posizione russa c’è quella di Pechino. Quella che per il Cremlino è una manna, può rivelarsi per il gigante orientale una maledizione. Dopo il boom l’economia cinese è affamata di materie prime e in particolare di greggio (il Paese è il secondo importatore mondiale). Uno choc prolungato dei prezzi può pregiudicare il proseguimento del sottile cammino di crescita necessario anche per mantenere la pace sociale. Si spiega così la politica di basso profilo seguita dal Paese nel corso della crisi. All’Onu, per evitare drammatizzazioni, la Cina è arrivata a votare la denuncia dei vertici libici alla Corte Internazionale dell’Aia. La loro colpa: aver represso nel sangue la rivolta. Esattamente come fecero i cinesi a Piazza Tien An Men. Solo su un piano Pechino si è mossa senza prudenza: nello sforzo per salvare i concittadini bloccati in Libia. Allo scoppio della rivolta i cinesi nel Paese erano addirittura 35mila: lavoravano soprattutto nei settori petrolifero e delle infrastrutture. Per portarli a casa il gigante giallo non ha lesinato gli sforzi, mobilitando in pochi giorni 20 aerei civili, 4 militari e alcune navi da crociera affittate per l’occasione. Al largo delle acque libiche è arrivata anche una nave da guerra, la fregata Xuzhou da 4mila tonnellate. È il primo impegno operativo della marina cinese nel Mediterraneo.