Ue, meno agricoltura e più ricerca

Gianstefano Frigerio*

Di fronte alla gravissima crisi della Unione Europea, il sistema politico italiano ha messo in scena una stucchevole rappresentazione del proprio provincialismo: sia attraverso il rimpallo delle responsabilità tutto ad uso interno, sia attraverso il rilancio di una retorica di maniera ormai incapace di cogliere i sentimenti profondi del Paese, sia attraverso radicalismi distruttivi ossessionati dal miope bisogno elettorale di vellicare comunque le paure più profonde della società italiana.
Ma nonostante il nostro provincialismo, è bene che le élite del Paese acquisiscano alcuni punti fermi, intorno a cui elaborare e costruire una coscienza culturale più profonda, più solida, più vasta:
1. Ora si apre una nuova fase storica, perché l’idea di Europa e la sua necessità storica non sono certo morte;
2. Né il fallimento di un Trattato (confuso frutto di un sogno giacobino-tecnocratico-monetarista), né l’impasse sul bilancio comunitario possono cancellare gli ideali, le speranze, lo sviluppo di 50 anni di storia dell’Occidente;
3. Il nuovo è inevitabile: però bisogna affrontarlo senza stereotipi retorici, senza dogmi, senza tabù, armati di realismo e di pragmatismo, sostenuti da forti ideali e da indomabili speranze.
Ma vediamo di capire le ragioni della crisi, per ritrovare una via d’uscita:
1. Il fallimento del disegno monetarista-economicista che ha tentato di costruire e di governare una istituzione ardua senza la politica, senza i popoli, proprio nella fase più complessa della globalizzazione;
2. La lontananza siderale di una élite tecnocratico-burocratico-giacobina, chiusa nel suo centralismo causidico e normativo, incapace di «elan vital» e di coinvolgimento della coscienza profonda dei popoli. Dice bene il regista francese Tavernier: «Nelle sedi della Ue si parla solo di sardine e forse la gente si aspetterebbe una maggiore attenzione alle persone»;
3. La crisi dell’atlantismo ed il riemergere degli «spettri di Versailles» (l’asse Chirac-Schroeder in chiave antiamericana), sfociato nell’impotenza di fronte alle atrocità delle guerre balcaniche e alle minacce del terrorismo fondamentalista;
4. Il sogno illuminista di una Costituzione complessa, confusa, tecnocratica, senza una missione costruita su strategie e valori, senza la consapevolezza della propria identità storico-culturale (il rifiuto del riferimento alle radici cristiane).
Ma ora bisogna riprendere il cammino, con il pessimismo della intelligenza e l’ottimismo della volontà, perché c’è, ora più che mai, nelle terribili complessità di questa fase storica, un ruolo strategico per l’Europa.
Certo, sto parlando di un’Europa consapevole della propria identità e non ripiegata su se stessa.
Le tappe di questo arduo cammino richiedono però una nuova consapevolezza delle élites culturali e politiche:
1. L’Europa con una chiara identità, ben ancorata alla propria storia ed ai propri ideali, convinta che non ci può essere dialogo senza consapevolezza di sè;
2. L'Europa parte fondamentale ed attiva in una rinnovata Alleanza Atlantica: impegnata coerentemente nella lotta contro il terrorismo fondamentalista, nella costruzione delle missioni di pace, nella difesa dei diritti umani (Cina e Cuba in primis), nel favorire le condizioni per uno sviluppo autonomo nelle aree di maggiore difficoltà e miseria;
3. Un’Europa che recuperi appieno il valore della sussidiarietà e superi i difetti mortali del proprio centralismo, attraverso una mobilitazione costante ed un coordinamento efficace dei «corpi intermedi» della società europea (fondazioni, università, Ong, Enti Locali, ecc.);
4. Un’Europa che esca dalle strategie e dal declino affrontando con coraggio e con unità solidaristica i grandi temi della globalizzazione (immigrazione, invasione dei prodotti asiatici, il narcotraffico e la criminalità organizzata), rimettendo però mano con coraggio ai grandi problemi del proprio sviluppo (meno contributi all’agricoltura e più ricerca, più infrastrutture magari attraverso il debito pubblico europeo, più concorrenza nei servizi, più formazione).
E poi con realismo dobbiamo fare i conti con il nostro invecchiamento e con la grave crisi demografica.
Habermas dice che soltanto un sogno può salvare l’Europa; a condizione che sia intriso di realismo e di pragmatismo. E che sia un sogno semplice, senza conformismi retorici.
*deputato di Forza Italia