Ue, nuovo veto austriaco ad Ankara Londra preme per sbloccare la crisi

Jack Straw oggi a Vienna. Domenica summit dei ministri degli Esteri

Alessandro M. Caprettini

da Roma

E adesso il «tormentone» turco si fa giallo. Doppio, per l’esattezza. Primo rebus: riuscirà Jack Straw, ministro degli Esteri britannico, a convincere l’Austria a ritirare il suo veto alla trattativa, rinunciando alla clausola del «partenariato privilegiato» che Vienna si ostina a voler mettere nel mandato, in caso di fallimento dell’adesione? Secondo - ma non meno importante - interrogativo: ci sarà a Lussemburgo lunedì mattina il ministro degli Esteri turco Abdullah Gul o l’avvio formale del dialogo sarà rinviato non senza imbarazzi?
A minacciare lo slittamento è stato proprio Gul: «Ci sono ancora seri problemi da risolvere - ha detto ieri in una non prevista conferenza stampa che ha tenuto ad Ankara - e i negoziati non possono certo cominciare se permangono condizioni che la Turchia non potrà mai accettare!». Quali siano i problemi però Gul non l’ha detto. Lasciando capire comunque che se questi persisteranno, lui non prenderà il volo per Lussemburgo dove, lunedì, l’aspettano i colleghi di 25 Paesi.
Certo, il veto austriaco non è digerito granchè bene in Turchia, ma l’impressione è che ci sia dell’altro. Non è stata presa bene la richiesta dell’Europarlamento di ammettere le colpe di Ankara nel genocidio degli armeni, e ancor meno il fatto che ciò possa costituire una sorta di «precondizione» al dialogo. Men che meno poi ha fatto piacere la puntualizzazione di ieri dei Popolari (Ppe), il più corposo gruppo di Strasburgo, che hanno notato come l’aula non abbia dato «via libera» ai negoziati, ma si sia limitata a «prendere atto che commissione e Consiglio» hanno confermato l’apertura del negoziato.
Il governo turco, pur avendo giocato parecchie carte sull’arrivo in Europa, a questo punto si chiede se valga la pena dover sottostare a molte condizioni. Ogni giorno si scopre del resto che nel Paese non tutto va come prevedono le regole di Copenhagen che sono quelle «di base» previste per fare ingresso nella Ue. Dell’altro giorno, il rapporto di un centro internazionale sulla ricerca psichiatrica che denuncia come nel paese di Erdogan si pratichino ancora torture ed elettroshok per i malati di mente. Argomenti questi che trovano sensibilissimi gli europarlamentari del nord-Europa, poco disposti a lasciar passare comportamenti non in linea con le regole stabilite per tutti. Ma ad Ankara si replica in modo piccato: «Sembra che ci si voglia mettere alla prova la nostra pazienza! C’è qualcuno che per sbarazzarsi di noi vorrebbe spingerci a sbattere la porta!», ha protestato il presidente del Parlamento turco Bulent Arin.
In realtà, più si avvicina l’ora X e più ci si rende conto, in numerosi Paesi europei, che forse l’entusiasmo per il possibile ingresso dei turchi ha sovrastato una cruda analisi dello stato delle cose in quel Paese. Non sarà un caso se ieri il premier francese Villepin, pur dicendosi assolutamente favorevole all’apertura della trattiva, ha non solo notato che Parigi pretende «negoziati controllati in modo chiaro», ma ha soprattutto ricordato come la Francia abbia già deciso che - se tutto andrà per il meglio e la trattativa si concluderà positivamente - terrà un referendum popolare sulla questione. Il che, coi tempi che tirano sulle rive della Senna in proposito di Europa, non è esattamente una prospettiva beneaugurante.
E comunque resta il nodo austriaco: ieri nel Coreper, la riunione degli ambasciatori permanenti presso la Ue, il rappresentante di Vienna ha posto nuovamente il veto al testo base per le trattative. Se ne riparlerà domenica sera a cena tra i ministri degli Esteri (ma per l’Italia ci sarà il sottosegretario Antonione). Straw ha annunciato che vedrà il collega di Vienna Ursula Plasnik per vincerne le resistenze e pare ci possano essere buone speranze (anche perchè quest’oggi a Zagabria il presidente del Tribunale dell’Aia Carla Del Ponte dovrebbe lanciare un messaggio per la riapertura delle trattative con la Croazia, cui l’Austria tiene parecchio). Ma a quel punto occorrerà vedere cosa decideranno di fare ad Ankara.