Ue più «razzista» dell’Italia: 18 mesi nei Cie

RomaSe è legge razziale, allora l’Unione europea è più «razzista» dell’Italia: dal 16 dicembre del 2008, è scritto nella Gazzetta ufficiale della Ue, i clandestini possono essere trattenuti nei centri di identificazione per un periodo «fino a sei mesi». Per «altri 12 mesi» in casi particolari. Così ha deciso la Commissione di Bruxelles e ha confermato il Parlamento di Strasburgo: la direttiva è la numero 115 del 2008, in vigore da cinque mesi su tutto il territorio dei 27 Stati dell’Unione, che la dovranno recepire.
Il segretario del Partito democratico Dario Franceschini aveva chiamato «legge razziale» il disegno di legge italiano sulla sicurezza in discussione alla Camera. Ma l’Eurogazzetta contiene una disposizione molto simile al contestato ddl per la parte che riguarda l’immigrazione. Vicinissima e anzi più severa.
«Norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare»: è questo il lungo titolo della norma che «i nostri dovrebbero andarsi a leggere!», borbottava l’altro giorno nel cortile di Montecitorio il ministro Roberto Calderoli: «Ma perché qualcuno alla Camera non si alza in piedi e la spiega ai deputati?», si domandava pensando ai franchi tiratori appostati nei banchi della maggioranza. Direttiva più leghista di Calderoli stesso, quasi si è detto da solo: soprattutto nella parte in cui parla dei centri di pre-espulsione.
Uno dei passaggi più contestati del ddl italiano è infatti l’innalzamento dei tempi di identificazione nei Cie per i clandestini da due a sei mesi. Ma ecco cosa dice l’articolo 15 comma 5 della disposizione europea: «Ciascuno Stato membro stabilisce un periodo limitato di trattenimento, che non può superare i sei mesi»: come prevede il disegno di legge dell’Italia. Anzi, al comma 6 il documento della Ue precisa che «gli Stati membri» possono prolungare questo trattenimento per un periodo «non superiore ad altri dodici mesi» quando «l’operazione di allontanamento rischia di durare più a lungo». I casi sono due: o perché lo straniero non collabora («mancata cooperazione da parte del cittadino»), se cioè non parla, non risponde, fa di tutto per non essere identificato, o se ci sono dei «ritardi nell’ottenimento della necessaria documentazione dai Paesi terzi». Casi frequentissimi, come sa chi lavora nelle strutture di accoglienza per clandestini. L’Unione europea quindi autorizza il trattenimento degli immigrati fino a un anno e mezzo.
Non si escludono nemmeno le carceri. Articolo 16: «Qualora uno Stato membro non possa ospitare il cittadino in un apposito centro di permanenza temporanea e debba sistemarlo in un istituto penitenziario», i clandestini «devono essere tenuti separati dai detenuti ordinari». L’importante è il rispetto delle persone dal primo all’ultimo giorno: si raccomanda il diritto all’assistenza legale, a una sistemazione dignitosa, con un’attenzione ai «vulnerabili»: malati, bambini. La direttiva invita poi gli Stati a utilizzare il «fondo rimpatri», per incentivare il rientro volontario dei clandestini. Anche i bambini non accompagnati possono essere riportati nel loro Paese, a patto che il minore «sarà ricondotto a un membro della sua famiglia».
«La direttiva - spiega il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano - non esclude ma lascia alla legislazione dei singoli Stati l’introduzione del reato d’ingresso clandestino». «Non è escluso» che presto l’Italia valuti le procedure di «allontanamento volontario» con l’utilizzo di fondi europei. La direttiva deve ancora essere recepita ma il disegno di legge in discussione ne condivide alcuni aspetti. Non razzisti, europei.