Ue, la piccola Lituania pronta a fermare la Russia

La piccola Lituania (tre milioni e mezzo di abitanti, più o meno come la provincia di Milano) è pronta a sbarrare con il suo veto la strada del nuovo accordo di partenariato strategico tra l’Unione Europea (di cui è entrata a far parte nel 2004) e la Russia. Oggi a Lussemburgo si tiene una cruciale riunione dei ministri degli Esteri dei Ventisette dedicata ai negoziati tra l’Ue e Mosca e l’ipotesi della strenua opposizione del Davide lituano al Golia russo tiene ovviamente banco. Alla presidenza di turno slovena tocca il non facile compito di convincere il coriaceo capo della diplomazia di Vilnius, Petras Vaitiekunas.
Ma cosa vuole in sostanza la Lituania? In estrema sintesi, teme che Mosca attui nei suoi confronti un ricatto energetico, e prima di avallare anche con la propria firma il mandato negoziale per la nuova partnership pretende delle garanzie. Dal giugno 2006 il Cremlino ha interrotto le forniture di petrolio alla Lituania, che giungevano alla raffineria di Mazeikiu tramite l’oleodotto Druzhba (che poi vuol dire «amicizia»: un retaggio dell’epoca sovietica). La Lituania aveva da poco deciso di vendere l’impianto a una società polacca invece che a una russa: a Vilnius parlano di «rappresaglia», ma a Mosca negano. Ecco perché i lituani, spalleggiati da Varsavia, pretendono che il futuro trattato con la Russia venga accompagnato da una dichiarazione sulla sicurezza energetica.
Non è tutto: bisogna infatti ricordare a questo punto che la Lituania è stata occupata dai russi (e trasformata a forza in una Repubblica sovietica) dal 1940 al 1991, anno in cui ha recuperato la propria indipendenza. A Vilnius hanno imparato a non fidarsi del vicino “orso russo” e dunque il governo lituano, forte della regola che vuole l’unanimità dei Ventisette su questioni di questo rilievo, si aspetta anche una ferma sottolineatura da parte dell’Unione Europea della vicinanza alla Georgia e alla Moldavia rispetto alla minaccia di Mosca di intervenire con la forza nei conflitti locali. «È nostro interesse - ripetevano nei giorni scorsi al ministero degli Esteri lituano - che i rapporti tra Ue e Russia migliorino, ma non a spese della Lituania. Non possiano che essere preoccupati per l’atteggiamento russo».
E dire che a Bruxelles avevano appena finito di tirare un respiro di sollievo, perché dopo quasi due anni di litigi un altro partner europeo profondamente diffidente verso Mosca, la Polonia, aveva finalmente acconsentito a revocare il proprio veto sull’avvio dei negoziati tra Ue e Russia. Era stata infatti raggiunta una faticosa intesa sul graduale ritiro dell’embargo russo sulle carni e sui prodotti agricoli polacchi, ma in ballo c’erano anche profondi contrasti legati all’accordo russo-tedesco (auspici direttamente Vladimir Putin e l’ex cancelliere Gerhard Schröder) per un nuovo gasdotto sottomarino che avrebbe tagliato fuori la Polonia e le stesse tre Repubbliche baltiche. Accordo che ha poi spinto i quattro Paesi ex vassalli di Mosca ma oggi membri a pieno titolo dell’Ue a costruire una nuova politica energetica comune, che prevede tra l’altro la prossima costruzione in Lituania di una centrale nucleare che dovrà servire anche la Polonia.
In attesa della soluzione del nodo lituano, il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov si è detto fiducioso nella partenza del negoziato con Bruxelles: a suo avviso l’annuncio potrebbe essere dato al vertice Ue-Russia in programma a Khanty-Mansijsk» (nord degli Urali) a fine giugno.