La Ue rincorre Prodi in fuga: «Deve chiarire»

Alessandro M. Caprettini

nostro inviato a Lione

Borrell prova a coprirne le malefatte, da Palazzo Chigi cercano di metterci una pezza, ma al fondo è Romano Prodi che è costretto a un’ennesima marcia indietro: alla fine salirà all’Europarlamento per dire la sua e per rispondere alle obiezioni che gli faranno. Preferirebbe gennaio, forse gli toccherà il 13 dicembre, ma la frittata è già tutta sul piatto.
Anche perché il presidente spagnolo dell’aula, pur facendo sapere al gruppo di Forza Italia, che aveva fatto richiesta di chiarimento sulla diserzione dell’11 ottobre, che la fuga si doveva a «motivi di agenda» ha commesso due piccoli errori: primo ha reso noto che l’improvviso no gli è giunto dalla Cina (in contemporanea con l’esplodere della vicenda Telecom); secondo, non era stato evidentemente informato del fatto che il ministro italiano della innovazione Nicolais, giunto a Bruxelles un paio di giorni fa, se ne era uscito con una risata e un «ma che ne so io?» a chi gli aveva chiesto della fuga decisa del premier.
Resta alta la possibilità che il Professore volesse evitare contestazioni sulla finanziaria e sul caso Telecom, così come sulla Torino-Lione (l’Ue pretende una risposta definitiva altrimenti minaccia il blocco dei fondi), anche se Gianni Pitella (Ds) esclude deciso che il premier sia in via di uno scontro frontale con Bruxelles: «Ma vi pare che un semplice rinvio possa essere interpretato come il segno di una rissa? Abbiamo riconquistato il rispetto dell’Europa grazie al Libano semmai. Almunia e le sue critiche alla finanziaria? Fisiologiche» taglia corto deciso lui, esperto proprio di bilanci anche se comunitari.
Resta il fatto che il centro-destra crede poco alla buona fede prodiana. «Proprio in un momento in cui l’Europa spinge sul mercato interno e la concorrenza, lui si chiama fuori, evitando un confronto più che necessario, specie ora che la vicenda Telecom è nel mirino non più solo in Italia, ma in tutta Europa. Il sapore di fuga è più che netto... », osserva Antonio Tajani, capogruppo azzurro e numero due del Ppe a Strasburgo. Del resto non è il solo a chiamarsi fuori, Romano Prodi. Da quel che si va dicendo a Bruxelles, anche Tonino Di Pietro non risponde alle sollecitazioni che gli sarebbero state inviate per far luce sul destino della Torino-Lione. Ma anche qui, si dice che dipenda soprattutto da Palazzo Chigi: dai fragili intrecci con verdi e no global che potrebbero esser messi nuovamente a rischio davanti a una garanzia fornita ai 25 di esser pronti a riprendere i lavori in val di Susa. Ma per tornare a Prodi c’è da dire che non di sola Telecom si sarebbe occupata parte dell’aula nel caso si fosse presentato l’11 ottobre, come da programma. Almeno qui a Lione, tra i popolari, non è piaciuta la sua apertura ai cinesi per la fine dell’embargo delle armi e tantomeno il faccia a faccia con Ahmadinejad. Ma per almeno un paio di mesi il Professore ha scelto di evitare domande che lo avrebbero potuto mettere in imbarazzo.