Ue, Varsavia minaccia di far cadere il castello di Parigi e Berlino

Oggi il vertice europeo per il via libera al nuovo Trattato Il veto incombe sul piano di riforma: anche Praga si schiera con la Polonia

nostro inviato a Bruxelles

In prima fila c'è la Polonia dei gemelli Kaczynski, pronta a sventolare il diritto di veto se non verrà cambiato il sistema di voto (maggioranza con il 55% dei 27 paesi Ue col 65% della popolazione europea) che faticosissimamente si era approvato quattro anni or sono, prima della bocciatura franco-olandese. Subito dietro c'è Praga, anche lei indisponibile ad un sistema che sfavorisce i piccoli. Ma è da dietro le quinte che si muove l’opposizione più concreta e decisa ad evitare qualsiasi ripescaggio di una carta costituzionale Ue o di qualcosa che comunque le assomigli: quella di sua maestà britannica.
Che gli inglesi amino poco l'Europa politica, è noto. Ma il fatto è che si è giunti ad uno snodo decisivo. Angela Merkel, che a fine mese lascia ai portoghesi il piedistallo della presidenza semestrale, ha scommesso molto su un successo della sua opera di rianimazione della carta. Vuole fortissimamente che alla fine del summit che si apre domani nella capitale belga, venga dato il via ad una nuova Cig (Conferenza intergovernativa) che, da qui a fine anno, prepari il nuovo documento. E vuole che fin dalle premesse della sua formazione le cose siano chiare: più poteri alla Ue in tema di giustizia, sociale, esteri, immigrazione; modifica dell’unanimità nel sistema di voto; presidenza stabile che sostituisca la rotazione semestrale. Vuole insomma che la Ue riprenda la marcia. «Dopo una pausa di due anni - ha scritto ieri la Bundeskanzlerin ai capi di Stato e di governo dei 27 - gli europei si aspettano le necessarie riforme».
Blair e il suo indicato successore Gordon Brown, davanti a questo attacco che giudicano inquietante per gli interessi britannici, sono passati alla controffensiva. Hanno incoraggiato i distinguo polacchi e cechi, nonché le perplessità olandesi. Ma proprio ieri hanno fallito in quel che doveva risultare il loro colpo di teatro: trascinare dalla loro parte il neo-presidente francese Sarkozy. In videoconferenza Parigi-Londra, visti gli impegni parigini di quest’ultimo per la messa a punto del governo, gli hanno ribadito i 4 punti “cruciali” da cui gli inglesi non derogheranno: no all’inclusione nel trattato di carte fondamentali dei diritti, no a qualcosa che limiti o modifichi la politica estera britannica, no alla cessione di quote di controllo in campo giudiziario e di polizia e no infine a voti a maggioranza qualificata.
Il successore di Chirac li avrebbe gelati: Sarkozy è sì per la riscrittura dei testi, è favorevole alla firma di un trattato e non di una costituzione. Ma ritiene che si debbano fare passi in avanti e non indietro. Concordando in questo con la Merkel ma anche con Zapatero. Di qui il montare della preoccupazione britannica che si è esplicitata in un duro scontro tutto interno, tra Blair e Brown. Il primo, sospettato da certa stampa di voler «cedere», sostiene che non ci sarà bisogno di referendum visto che alla fine si rimarrà nelle «linee rosse» da lui tracciate. Il cancelliere dello scacchiere, fa invece sapere senza peli sulla lingua che il referendum va messo in conto. Sollevando polemiche senza fine a Londra e dintorni, dove la stampa già mostra vignette col povero Giscard versione Frankenstein a sorvegliare il tumulo costituzionale sperando resusciti, e dove giornali come il Sunday Times invocano Nelson, Churchill e l’attuale sovrana «per la salvaguardia della Gran Bretagna».
È un vertice difficile. E non solo per via della Costituzione - sia pur degradata a trattato - che serve a disincrostare i meccanismi di comando, ma anche perché si litiga su parecchie questioni. C’è l'ambiente che ancora divide. C’è il Kosovo per il quale inglesi e danesi vogliono l’indipendenza subito mentre altri, Italia in testa, vorrebbero nuovi negoziati anche coi russi. Più scontato il semaforo verde per l’ingresso di Cipro e Malta nell’euro dalla fine dell’anno. Ma lo scoglio più importante resta quello delle riforme. «Penso e spero che nessuno venga qui intenzionato ad usare solo un veto! Tutti sanno perfettamente che ci vuole un compromesso! - ha osservato ieri il presidente della commissione Barroso -. Per il quale non ci deve essere «nessuna linea rossa, né tantomeno la riapertura del pacchetto sul sistema di voto. Gli impegni - ha chiuso un pizzico polemico - vanno rispettati!». Eh già, perché a Roma, nella cerimonia ufficiale di qualche anno fa, tutti e 27 apposero le loro firme.