Ufficiale: l’Ue non ci aiuta. E i soldi? «Chissà... »

RomaMolti Paesi europei non vogliono condividere con l’Italia e gli altri Stati del Mediterraneo l’emergenza profughi. Il grande esodo che nelle prossime settimane potrebbe partire dalle coste libiche sarà un’affare dell’Italia, e in seconda battuta, degli altri cinque Paesi rivieraschi, ossia Francia, Spagna, Grecia, Malta e Cipro. Nessuna solidarietà, il sud dell’Europa deve gestire senza aiuto una delle più grandi catastrofi umanitarie annunciate degli ultimi decenni. Arriveranno soldi, ma pochissimi rispetto a quelli richiesti. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha proposto 100 milioni di euro, cifra ridimensionata a 25 milioni. Ma, sospresa, la commissaria agli Affari Interni Cecilia Malmstrom ha chiarito ieri meravigliata: «Venticinque milioni di euro? Deve essere stato un malinteso. Questi soldi non sono per l’Italia». Si tratta semplicemente del fondo emergenze stanziato per il 2011, a disposizione di tutti gli Stati. La gestione dei profughi, un’emergenza potenzialmente complicatissima da amministrare, e sui cui anche la Chiesa invoca un intervento europeo, non sarà poi distribuita. L’Italia è sola, e l’amicizia delle 5 Nazioni che due giorni fa hanno stretto un patto di aiuto con Roma non basta.
Era piuttosto deluso ieri sera Maroni a conclusione del vertice dei ministri dell’Interno europei a Bruxelles. I sei Stati di primo approdo per gli immigrati africani hanno chiesto la «definizione di un sistema europeo per l’asilo». Secondo la legislazione comunitaria vigente, i profughi devono rimanere nel Paese nel quale presentano domanda di ospitalità, rifugio. Ma di fronte a numeri che che secondo la Lega Araba potrebbero sfiorare i 300mila possibili arrivi via mare, in gran parte in Italia, le sei Nazioni del Mediterraneo avevano chiesto una solidarietà di tutti e 27 i Paesi dell’Unione. I confini del sud Italia sono anche confini europei, ma contro la proposta «oggi si sono espressi alcuni ministri - ha informato Maroni - Ciò mi ha meravigliato perché significa che ognuno deve fare da sè». La chiusura, soprattutto dei Paesi scandinavi, e del nord Europa, sarebbe stata «totale»: «Non è solidarietà - si è sfogato il ministro - dire all’Italia e agli altri paesi mediterranei che sono affari vostri». E la stessa Commissione non sembra assumere una posizione definita, sebbene «luci», come le ha chiamate Maroni, siano arrivate dalla Malmstrom, la quale «si è riservata di valutare il documento comune» dei sei Paesi. Ma senza accordo, e senza un atteggiamento forte della Commissione, la solidarietà è utopia. Alla fine, ha commentato Maroni, «mi sono illuso, pensavo che questa emergenza umanitaria potesse convincerli. Mi sono scoperto più europeista di certi europeisti». Tutto è rimandato al 24 marzo, quando si riuniranno i capi di Stato e di governo. La novità, per ora, è che la Ue non escluderebbe un intervento militare in Libia per fini umanitari.
Ieri anche il Vaticano si è schierato con decisione per un intervento di Bruxelles. Quello che sta avvenendo in Libia è «una grande tragedia sotto gli occhi di tutti, sotto gli occhi dell’Europa - ha sottolineato il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco - e tutta l’Europa deve intervenire in modo efficace per aiutare i Paesi di primo approdo». La crisi libica «porterà molte persone a lasciare il proprio Paese». Direzione Italia: «Uno dei Paesi più vicini, per cercare libertà sufficiente, una vita migliore». Anche il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini ha chiesto che l’Europa «non lasci sola l’Italia» e ha assicurato: «Io voglio collaborare con il governo».
I controlli sulle coste libiche in questo momento «sono azzerati», ha chiarito Maroni. L’attuazione del trattato Italia-Libia era affidato «al mio collega Al Obeidi di cui ora si sono perse le tracce: non si sa se sia vivo o morto o in mano ai ribelli». La situazione è talmente fuori controllo che anche le organizzazioni criminali potrebbero essere non operative, ma «prevediamo che appena saranno riattivate potranno riprendere le partenze», il grande flusso via mare.
All’aeroporto di Tripoli la situazione è «difficilissima», ha spiegato ieri il capo dell’Unità di crisi della Farnesina, Fabrizio Romano, che coordina il rientro degli italiani, ora affidato ai C130 della Difesa. Le compagnie aree, compresa l’Alitalia, hanno interrotto i collegamenti con Tripoli. Altri 150 connazionali sono tornati. Raccontano di «gente ammassata l’una sull’altra» in aeroporto, come «mille persone in cinquanta metri quadrati».