In ufficio gli uomini flirtano per non annoiarsi

Macché attrazione o piacere della seduzione: per una ricerca britannica,
sul lavoro i maschi iniziano una storia perché non hanno altro da fare.
Le donne, invece, sanno cosa vogliono. Eppure scrivania e dintorni sono il luogo ideale per la "caccia"...

Mister Moussa, Chadi Moussa, è uno psicologo, organizzatore del lavoro, studioso dello stesso, all’Università di Guildford, siamo nel Surrey, oltre a mansioni analoghe in altri istituti, gruppi manageriali e affini. Orbene il suddetto conquista la notorietà grazie a uno studio, svolto su duecento campioni, avvocati, agenti di cambio, funzionari del pubblico impiego, gente tra i ventuno e i sessantotto anni, secondo il quale chi flirta in ufficio se è uomo significa che è insoddisfatto o annoiato del proprio lavoro, se è donna, invece, fa sul serio, va al sodo, flirta e basta e non esisterebbe relazione alcuna con la crisi di rigetto al computer, alla penna biro, al disbrigo di segreteria o affine. Insomma il maschio, stavolta non latino trovandoci nel Regno Unito, non è più quello di una volta, il gallo che si eccita al profumo di donna, semmai, visti i duecento campioni di cui sopra e che campioni, ha le paturnie da dipendente, butta l’occhio e fa la mano morta perché non saprebbe diversamente come occupare quel tempo che trascorre tra la prima colazione e l’happy hour una volta detto aperitivo.
In quelle otto ore scarse, dunque, le donne che provano attrazione per un collega non cercano alibi e sono comunque gratificate, sicure, in carriera, la tempesta ormonale è tale in assenza di vento, ancheggiano, si truccano, fanno le smorfiose perché le va di essere e di comportarsi così e perché il masculo che vogliono arpionare è un’occasione interessante, oh yes, ma per il dopo lavoro. L’uomo no, l’uomo in ufficio, nello studio legale, alla Borsa, abbisogna di tornare predatore mica per desiderio sessuale ma perché ha le pile scariche.
Riassunto: mi sembra una miseria, direi tipicamente british, robetta da sbornia di week end, una deriva delle manovre di atterraggio morbido che facevano, e ancora fanno parte, della tattica maschile di approdo all’isola delle donne. E allora sorge il sospetto che lo studio della British Psychological Society sia stato forse svolto tra persone che lavorano in siti davvero particolari, dove la presenza femminile è di tappezzeria, dove la bellezza e la sensualità non contano un fico secco, dove una gonna attillata, un jeans furbetto, producono lo stesso effetto di un grembiule, insomma dove la donna è un oggetto di arredo, ha il fascino di un apple pie, il sex appeal di una lavatrice. Peggio per loro, non sanno distinguere tra noia e desiderio, tra depressione e esplorazione, tra l’acchiappo e il meeting, tra l’imprevisto e l’incontro programmato.
Eppure l’ufficio è un luogo ideale per guardarsi intorno, per scrutare, per scoprire, per allungare lo sguardo oltre (non sotto, please) la scrivania. Se poi, purtroppo, la zona è deserta o gli/le abitanti non destano interesse allora mister Moussa, Chadi Moussa, cambi territorio, si rivolga a siti più eccitanti, scenda nel continente, vedrà e capirà che dietro una strizzatina d’occhio, sotto un sorriso malizioso, c’è anche la voglia di fuggire ma, insieme, di sfuggire. La voglia di esistere ancora, di provare, con rispetto, gentilezza, garbo, l’arte del corteggiamento. Al posto di un mazzo di rose oggi si spedisce una email. Non profuma ma per qualcuno/a ottiene lo stesso effetto. Non è il massimo, si rischia di finire nel cestino del computer. Ma almeno è un momento di vita. Ditelo ai duecento del Surrey.