Un’ugola d’oro che celebra la leggenda della Holiday

Superfluo dire che è una cantante versatile; la sua voce insolitamente elastica, che oscilla dal blues alla ballata, dal sussurro all’urlo, dallo scat al pop, l’ha portata sul trono del canto jazz. Dee Dee Bridgewater è abituata alle sfide impegnative (anni fa ad esempio, in Dear Ella, si cimentò con il repertorio di Ella Fitzgerald) e stavolta va a ripescare il mito di Billie Holiday con l’album, in uscita nei prossimi giorni, To Billie With Love: A Celebration of Lady Day. Più di vent’anni fa Dee Dee si era calata nei drammatici panni della Holiday in teatro con un certo successo, ora ha ripreso il suo repertorio, lo porta in giro per l’America e il Giappone in applauditi concerti, e per noi lo riversa in un cd. Missione quasi impossibile quella di confrontarsi con la Holiday, la cantante più audace di tutte nell’esplorare le frontiere del blues e del jazz. Completamente diversi anche i personaggi: la Holiday «maledetta» e consumata dall’eroina, la Bridgewater sofisticata e spigliata persino in contesti come il Festival di Sanremo, dove vince nel 1990 con i Pooh con la versione inglese di Uomini soli e si piazza terza l’anno dopo con Marco Masini. Roba da far rizzare i capelli in testa ai puristi; ma Dee Dee viene da una palestra tosta, cresciuta come «hard singer» nell’orchestra di Thad Jones e Mel Lewis e poi temprata ai voli pindarici dell’improvvisazione con superstar come Max Roach, Dexter Gordon, Dizzy Gillespie. La chiamano «cantante ideale per i musicisti», e la sua carriera solista decolla nel 1974, a 24 anni, con l’album Afro Blue. «Ora ne ho 60 anni ma sul palco mi sento sempre una ragazzina; ogni giorno imparo qualcosa di nuovo, ogni nota che canto è figlia di una nuova esperienza. Billie Holiday? È la regina, non potevo evitare il confronto con lei, non per imitarla ma per celebrarla. L’entusiasmo dei fan ai miei concerti mi ha convinto a incidere l’album. Ci ho messo tutta l’anima».
Un disco ben riuscito, ben arrangiato dall’orchestra, ora bluesy ora swingante, che fa rivivere memorabili successi (incisi per la Decca negli anni Quaranta) come le drammatiche Lover Man e Don’t Explain (che Billie scrisse quando pescò il marito col colletto della camicia sporco del rossetto di un’altra), come la dolente Good Morning Heartache (una versione schietta, tra tradizione, fascino innovativo e fervore commerciale, che distrugge quella di Diana Ross, che interpretò il ruolo di Billie nel film Lady Sings the Blues), come la poetica God Bless the Child o la conclusiva e agghiacciante Strange Fruit, capolavoro (scritto da Billie) di rarà intensità emotiva che racconta la storia di uno «strano frutto»: il corpo di un negro linciato che penzola da un albero del Sud. Certo c’è meno pathos nelle riletture di Dee Dee Bridgewater, ma in questo «Celebration» c’è comunque una grande affermazione di individualità e personalità.