«Ulibo», dove la sinistra fabbrica le ultime utopie

Prendono le distanze dai partiti «perché mai come oggi hanno perso legittimità e radicamento»

Bologna - Adesso, nell’Unione, c’è persino chi lo usa come un insulto: «Quello? È un “gazebista”!». Nel vocabolario della lingua che cambia il gazebista è chi sostiene la «democrazia dei gazebo», il principio dell’«elezioni diretta», «il metodo delle primarie». E a lui, solitamente, si oppone chi teme che dietro il «gazebismo» si nasconda lo spettro orrorifico del «partito leggero» e il vituperato partito «americano» (che poi sarebbero il contrario del «partito pesante», «di massa», «popolare e radicato nel sociale», tanto amato dai professionisti della politica e dalla vecchia classe dirigente dei Ds e della Margherita). Sembra una disputa bizantina, invece è il cuore di tutta la questione.
Ora: se siete persone normali, di tutto questo, giustamente, non avete capito un tubo. Se invece vi è tutto chiaro, siete già nel pieno del dibattito congressuale che agita Ds e Margherita.
Ma se appartenete alla prima categoria e volete fare un altro tentativo di capire l’enigma, seguiteci in questo viaggio nella Bologna che è il vero laboratorio del centrosinistra italiano, e proviamo a dirla così: i «gazebisti» doc sono un gruppo di intellettuali, quasi tutti fra i trenta e i quarant’anni, ulivisti convinti, spesso senza tessera, altrettanto spesso prodiani della Margherita (o magari ds innamorati di Pierluigi Bersani e delle sue liberalizzazioni). Un gruppo che ovviamente è in contatto ideale con il vero giovin signore dell’Ulivo, il più pesante dei sottosegretari di Palazzo Chigi, Enrico Letta. Ma se li devi riassumere in una immagine e in due volti, se li devi chiudere in un tipo antropologico e in una parola, vi bastino questi due nomi e un luogo: Filippo Andreatta, Salvatore Vassallo, e la loro creatura, «Ulibò».
La Frattocchie del III millennio. «Ulibo» è la prima scuola quadri della seconda Repubblica. Scuola e professori, non certo per un caso, sono tutti e tre radicati all’ombra delle due torri fra i discepoli del presidente del Consiglio e tra gli eredi della sua articolazione culturale, Il Mulino. E poi «Ulibo» è qualcosa di più di una sede, una metafora bella e impossibile di come potrebbe essere (e non è) la politica italiana. Immaginate una scuola quadri che sta in un posto a metà strada fra il falansterio ottocentesco e la galleria Guggenheim, un museo privato a cielo aperto, messo a disposizione da un misterioso prodiano (preferisce restare anonimo) che affitta a prezzo politico, ai giovani ulivisti, il suo eremo e il parco da favola che lo circonda. Una collina verde «arredata» con qualche milione di euro di meraviglie artistiche, Manzù, Messina e Minguzzi (tanto per dare un’idea). Nel prato che circonda la scuola c’è una costellazione di sculture postmoderne che pare una «piccola Stonehenge», e dentro, tra un plesso antichissimo, e uno nuovissimo, una pinacoteca che mette insieme tre secoli di artisti, soggetti figurativi, opere astratte, classicismo e avanguardie. Le lezioni su Alexis de Tocqueville, la forma partito e il dibattito sulle cellule staminali, insomma, si fanno nella sala grande dell’unico museo italiano che, come ricorda meticoloso Andreatta, «non usufruisce di nemmeno una lira di finanziamenti pubblici». Ecco, se avete immaginato tutto questo siete entrati anche voi sul suolo di «Cà la Ghironda», a pochi minuti di distanza da Bologna, a un paio di secoli dal dibattito dell’Unione.
Teste d’uovo uliviste. A Roma la coalizione si incaglia sulla finanziaria e sui veti incrociati. Litiga sui pacs sì-pacs no, qui ogni weekend arrivano 58 discepoli prescelti con discrezione e cura, studenti dai venti ai sessant’anni (più di un terzo però sono della generazione chiave 30-35 anni), studenti autofinanziati che pagano una retta politica di 450 euro. Insomma, le future teste d’uovo democratiche del terzo millennio. Ad accogliergli trovano Paola Diana - sorriso solare, grande spirito organizzativo e sguardo birichino, master in Scienze politiche - una che non a caso si è fatta le ossa nella Fabbrica di Prodi, e che tra Andreatta e Vassallo, fa la dama, pare Jeanne Moreau in Jules et Jim di Truffaut. È lei che tiene le fila dell’organizzazione (evidentemente serviva un po’ di concretezza).
Andreatta e Vassallo sono due che tra non molto ritroveremo alla guida di qualche partito o di qualche istituzione: insegnano tutti e due a Forlì, il primo è il brillante erede di Beniamino, padre di fondatore del primo Ulivo, scrive per il Corriere della sera, è studioso di politica estera, un convinto sostenitore delle primarie, due anni fa era stato persino indicato come possibile candidato sindaco di Bologna. Un enfant gaté che non si dà nessuna posa, e che gira con la barba lunga e guida una utilitaria scassata. Il secondo corre la mattina, indossa maglioncini attillati da campus universitario americano, coltiva il fitness correndo tutti i giorni, ha un’insospettabile passione per Carmen Consoli (al punto da sincronizzare il suo seminario a «Ulibo» con il concerto bolognese della cantautrice!) è il discepolo ideale di Arturo Parisi, l’uomo che da sempre è cervello e braccio armato del prodismo reale.
«Ma chi è Vassallo?». Vassallo si è fatto largo con un primo colpo grosso, il giorno in cui è diventato l’estensore materiale del documento organizzativo che ha messo in moto la colossale macchina delle primarie. E soprattutto è quello che a Orvieto ha spiegato dal palco che il nuovo partito non poteva che nascere con la scelta diretta di un leader e di una classe dirigente («ma chi è Vassallo?», chiedeva sarcastico Franco Marini). La leggenda vuole che quando nessuno ancora credeva alla fattibilità delle primarie, Vassallo avesse inviato via email il piano per votare (con i famosi gazebo!) a Prodi. E che quello lo avesse girato ai leader - forward - senza toccare un virgola: «Leggete qui».
Vassallo è diventato l’intellettuale insieme più amato (e odiato) quando, sempre a Orvieto ha enunciato lo slogan che oggi risuona più sovversivo, nel cantiere del nuovo partito: «Una testa un voto». Ed è qui che il famoso e un tempo innocuo gazebo, per i «professionisti» della politica, per i dirigenti e i quadri di Ds e Margherita che materialmente costituiranno il partito democratico, per i sostenitori di Massimo D’Alema e Franco Marini insomma, è diventato un vero e proprio spettro. Loro difendono il primato della politica, Vassallo e Andreatta, e tutti i ragazzi di «Ulibo» sono convinti (come spiega il primo) «che il principio dell’elezione diretta mette in discussione il ceto politico autoreferenziale del centrosinistra e la sua tendenza ad autoriprodursi». Loro vogliono il Partito democratico per irrobustire il loro potere, Vassallo e Andreatta per decapitarli (il che non è simpatico).
Robespierre pragmatico. Se Vassallo brilla di ardore giacobino, e ha l’asettica ferocia del tecnico che punta al suo obiettivo senza guardare in faccia a nessuno, Andreatta è un riformista pragmatico che sa come far tornare i conti e quadrare gli equilibri: «“Ulibo” - spiega - è pagata con 850 soci sostenitori, la maggior parte via internet. Costa poco, non chiede ai partiti un centesimo, è indipendente, aperta, con cinque cicli all’anno mette insieme più di 300 studenti. Pochi? Sono - sorride - quelli che interessano a noi». Se Vassallo è un Marat del «gazebismo», Andreatta è un Robespierre che sa come governare i processi, e disegnare analisi lucidissime: «Mai come oggi - spiega - tutti i partiti hanno recuperato soldi e potere attraverso finanziamento pubblico e liste bloccate. Mai come oggi aggiunge - tutti i partiti, hanno perso legittimità e radicamento. Noi, nel nostro piccolo, vogliamo fare tutto quel che è possibile per costruire un nuovo Partito democratico che inverta questa tendenza e restituisca la sovranità a militanti ed elettori».
Contraddizioni uliviste. Insomma, un bel paradosso: quelli di «Ulibo» sono i giacobini di un partito che ancora non c’è. E sono ovviamente visti con il fumo negli occhi dai gruppi dirigenti dei due partiti che ci sono. Dagli stessi - altro paradosso - che si stanno sciogliendo per costruire il partito che vogliono loro. I gazebisti pensano che il Partito democratico sia una rivoluzione, i partitisti che sia un rinnovamento gattopardistico che cambia tutto per non cambiare nulla. I gazebisti non hanno armate (come il Papa) ma hanno il copyright sulle idee che le muovono. I partitisti hanno quel che resta delle armate, ma poche ragioni per motivarle. Il nuovo Ulivo nasce così: da una parte le idee, dall’altro il potere, e chi vorrà governarlo dovrà per forza fare i conti con i ragazzi giacobini del falansterio di Cà la Ghironda.
(3. Continua)