ULICKAJA Un dongiovanni «usa e getta»

Ogni uscita di un suo libro provoca la medesima scena: vagoni della metropolitana di Mosca gremiti di passeggeri assorti nella lettura dell’ultimo romanzo di Ljudmila Ulickaja, la più popolare scrittrice di Russia, con alle spalle una dozzina di opere vendute in centinaia di migliaia di copie e tradotte in quindici lingue. Artista tra le più premiate, paladina dei diritti civili (sostenne la campagna per fare chiarezza sull’omicidio della giornalista Politkovskaja) e sostenitrice di una politica della tolleranza (dirige a proposito diversi progetti del Parlamento Culturale Europeo), Ljudmila Ulickaja non asseconda affatto, però, i gusti del pubblico. Non scrive polizieschi, non racconta di insoddisfatte mogli di potenti oligarchi né delle avventure sessuali di lolite pietroburghesi. I suoi romanzi, con stile brillante e sinuoso, propongono al lettore personaggi dalla psicologia complessa, accattivante e ambigua, immersi nel recente passato storico e tutti rappresentanti di una visione non facile dei grandi temi dell’esistenza, come l’amore, il sesso, l’amicizia, la famiglia.
Come in Sinceramente vostro, Surik (Frassinelli, pagg. 426, euro 18): la storia di un dongiovanni al contrario, che non «usa» le donne, bensì ne viene usato. Orfano del padre, di cui non ha mai sentito la mancanza, Surik cresce avvolto nelle cure e nelle apprensioni della madre e della nonna. Elabora così «la sensazione inconscia che il bene stesso sia un principio femminile che si trova all’esterno e circonda lui, fermo nel centro». Fattosi uomo affascinante, gentile e premuroso, di solida cultura, Surik si adagia in un lavoro poco compromettente, il traduttore, ma non tarda a raccogliere intorno a sé un folto esercito di amanti.
Più che un incorreggibile Casanova, però, la sua immagine ricorda un facchino: corre senza sosta. Vittima delle donne, gli vengono chiesti i favori più disparati o è lui ad offrirli in una sorta di amorfa generosità. Una delle sue amanti, incinta di un cubano richiamato in patria, corre il rischio di essere ripudiata dalla famiglia: e allora Surik si offre di sposarla. Un’altra amante, psicopatica, lo tiene sequestrato minacciando il suicidio, e lui si profonde in cure terapeutiche e vicinanza emotiva. Un’altra ancora lo spedisce sempre a recuperare libri o medicine, e tenta pure di reclutarlo come padre di un possibile figlio. Persino la madre, donna di sensibilità artistica, portamento nobile e sovrano egoismo, ritiene scontato che il figlio la accompagni nelle passeggiate, ai concerti, a teatro...
Surik è l’uomo che non sa dire di no. Pulisce la cassetta dei gatti, porta fuori la spazzatura, fa sesso, distribuisce aiuti pratici, parole e carezze a tutte, e tutte si sentono in diritto di reclamarle e riceverle. L’autrice dipinge bene figure di donne che - avendo imparato a cavarsela da sole - non si fanno scrupolo a «sfruttare» l’indecisione maschile. Surik non riesce a resistere al bisogno di conforto delle donne, recitato o meno, poiché in lui, dice Ulickaja con una frase memorabile, «il desiderio e la compassione risiedono nello stesso posto».
L’unica vera storia d’amore di Surik finirà male. Succube dell’idea materna per cui l’amore «platonico» (tutto ciò che non avviene sotto le lenzuola) è superiore a quello «ordinario» e fecondo tra uomo e donna, Surik - che non informerà mai la madre su nessuna delle sue relazioni - non saprà costruire con Lilja, compagna di università di cui si innamora ricambiato, quella vita sentimentale che invece la ragazza saprà crearsi. I due si rivedranno anni più tardi, quando Lilja passa da Mosca per lavoro. Il verdetto di lei su Surik, ancora impegnato a soddisfare il suo harem, sarà drammatico: «C’è in lui qualcosa di particolare: è come se fosse un po’ santo. Ma un coglione completo».