Ulisse, Edipo, Socrate: l’ironia è un classico

Bonaria. Graffiante. Tragica. Auto. L’ironia ha tanti toni. Ma conserva l’identità che le diede con sintesi inossidabile Quintiliano, un mago della comunicazione antica: «figura del linguaggio in cui si deve intendere il contrario di ciò che viene detto». Se di un cielo uggioso e di un piovasco cattivo diciamo «è una bella giornata!» confezioniamo un’ironia, profilo basso, ma pur sempre uno scintillio dell’intelligenza, a scopo umoristico. I classici idolatravano la parola, il suo sprazzo prismatico. E inventarono un campionario di ironie, pronto all’uso anche oggi, se si vuole qualche tocco più sgargiante nel grigio quotidiano. Vogliamo frustrare chi insiste a farci declinare le generalità? Omero ci istruisce nell’ironia «elusiva» del nome. Iliade, i duellanti - come vuole l’etichetta eroica - fanno le presentazioni, prima di sbudellarsi. Diomede va per le spicce: «Chi sei, guerriero?». L’altro, un raffinato principe asiatico, Glauco, si destreggia con il gioco delle tre tavolette: «Perché me lo chiedi? Gli uomini assomigliano alle foglie, il vento le disperde al suolo, ma poi il bosco in fiore ne produce di nuove, a primavera. Ed è così anche l’uomo: generazione che va, generazione che viene...». Come a dire, con distacco affabile, «che sciocco, sei, a dare importanza a un nome, quando stiamo per reciderci, come foglie secche dal ramo!». Più ancora ironico ed elusivo è Ulisse, svelto a scamparla come il polipo mimetico, che riveste il colore dello scoglio a cui s’avvinghia. Uno e centomila insieme. Ma anche «Nessuno», Outis, in greco, il «non-qualcuno», geniale biglietto da visita-patacca rifilato all’ebete ciclope, un concentrato di ironia, perché sotto lo schermo dell’identità negata freme la superbia vittoriosa del migliore, del campione la cui firma, al contrario, si inciderà sulle labbra di tutti. Reduce dopo vent’anni, per pura diffidenza l’itacese snocciola di essere un cretese, le precauzioni non sono mai troppe. Oggi non ci scandalizziamo per un passaporto falso, se non che «cretese», allora, significava «bugiardo matricolato»: declinare d’esserlo equivaleva a negarlo, seminare sconcerto, e prendersi un vantaggio in caso di rischio. Lo stampo dell’ironia tragica è Edipo. Più che autore, è preda di ironia. Il destino - o chi per esso - gli affibbia un nome, Oidipous, che include oida, «io so», un’autostima inquietante e l’occasione di sfoggiare bravura smontando i quiz della Sfinge, ma poi gli nega la conoscenza più basilare, quella di se stesso, delle sue radici intime, padre e madre, con il risultato dell’autoironia cruenta. Edipo, il presunto veggente, che si sradica gli occhi per non vedere più nulla. La lezione è che supporre troppo di sé è cecità. Il guru dell’ironia è però Socrate. «I miei occhi e il mio naso sono più belli dei tuoi» celia Socrate con Critobulo, un modello dell’epoca. E si trattava di pupille globose e sporgenti, di narici cavernose come quelle di un satiro! Prima, però, il maestro aveva chiarito che «bello» non è solo il primato estetico, ma della funzionalità. Bulbi periscopici vedono meglio di ombrose e seducenti pupille infossate; cavità vaste inalano più aria dello stilizzato naso greco. È un’ironia «complessa», chi ascolta deve scavare, sotto la falsità dell’apparenza, il profondo succo del vero. E quando Socrate predica di non sapere, di non insegnare, rivoluziona il pensiero umano. Non sa, se per sapere si intende dogma, pregiudizio, certezze fossili. Sa, invece, se il percorso è indagine infinita, erotismo della verità. Non insegna, se ciò è travaso di nozioni inerti. È «maestro», in quanto insinua il dolcissimo rovello della ricerca. E lascia agli allievi - l’innamorato Alcibiade, lo sconcertato Critone - la divina libertà di risolvere da soli, maturando, l’enigma di ciò che Socrate vuol dire. Scopriamo che l’ironia è una pedagogia sublime, un atto d’amore.