Ulivo, il voto è ancora lontano ma Prodi ha già perso 4 regioni

Il Professore non sarà capolista in tutte le circoscrizioni per fare posto ai big di Margherita e Ds. I «cespugli» dell’Unione: noi non daremo un euro

Emanuela Fontana

da Roma

Gli hanno tagliato le gambe ancor prima che iniziasse a correre. Le primarie dell’Unione erano state festeggiate come un grande successo del candidato confermato Romano Prodi, per l’alto numero di consensi. Eppure il vertice dell’Ulivo (Ds, Margherita e Prodi) che si è svolto ieri mattina a piazza Santi Apostoli è riuscito a strappare al Professore ben quattro regioni, dove non sarà candidato come capolista. Il suo posto verrà preso da presidenti e segretari di partito. E dunque vedremo con alte probabilità i nomi di Piero Fassino, Massimo D’Alema o Francesco Rutelli.
È la piccola rivincita dei comprimari che hanno dovuto cedere la scena al Professore. Piccola fino a un certo punto perché, come si vociferava, tra le quattro fatidiche regioni ci potrebbe essere anche il Lazio. Ufficialmente la scelta «è espressione di un impegno di squadra». Un gruppo che riconosce, si legge in un comunicato Ds-Margherita, «la leadership di Romano Prodi chiaramente legittimata dalle recenti primarie». Il Professore in cambio ottiene un numero da definire di candidati «prodiani», accanto a quelli dei partiti. In più intasca quell'unità post voto che chiede da tempo. Ossia gruppi unitari a Camera e Senato e una «cabina di regia», che fa tornare in mente quella voluta da Gianfranco Fini qualche tempo fa nella Cdl, con il compito di gestire gli aspetti finanziari e strategici della campagna elettorale.
Il comunicato parla poi di un documento politico e «ideale che renda esplicito il Progetto dell'Ulivo» da presentare «in tempi ristretti». Una sorta di pre-programma, che non è il programma e che lo sarebbe comunque solo dell’Ulivo e non dell’Unione, e dunque non della coalizione allargata.
E qui arriva un altra plausibile partita del «do ut des» interno. Il problema fondamentale di ogni campagna elettorale è rappresentato dalle risorse economiche. «Metteremo nero su bianco una proposta che deve essere definita», ha accennato il capo della segreteria Ds Vannino Chiti. I tesorieri sembrerebbero in accordo. Ma i partiti più piccoli contribuiranno alle casse di Prodi? La risposta potrebbe essere «no». Il vertice di ieri, infatti, avrebbe dato per scontato la corsa al Senato con liste separate. Ma così facendo, i partiti più piccoli della coalizione, come Verdi e Pdci, rischierebbero di non superare lo sbarramento e restare fuori da Palazzo Madama. Il ragionamento dei partiti maggiori è che la coalizione otterrebbe comunque un premio di maggioranza. «Se vogliono prendere decisioni unilateralmente commettono un errore - spiega un preoccupato Paolo Cento (Verdi)-. Preferiscono gli egoismi di partito all’unità del centrosinistra. Quello che conta è il tavolo comune». Dove si era ipotizzata «una riflessione aggiuntiva sul Senato», ricorda Cento, che invece il vertice di ieri pare abbia sconfessato.
Se Ds e Dl intendono correre con liste distinte, a maggior ragione i «piccoli» non daranno un solo euro a Prodi. «Se si vogliono assumere gli onori - prosegue Cento - si prendano anche gli oneri. Ma se faranno così, ognuno farà per sé».
I leader Ds e Dl invece, uscendo da piazza santi Apostoli, hanno scelto la linea della perfetta sintonia e del sorriso: «Un ottimo risultato», ha detto Rutelli dell’incontro. «È stata una riunione molto positiva e molto proficua. È emersa un’unità di intenti forte e condivisa», ha convenuto Fassino. Durante il vertice, si è parlato anche della possibilità di «incontri con forze compatibili al listone», ha chiarito Chiti. Nel caso specifico con la repubblicana Luciana Sbarnati e con Antonio Di Pietro. Ma l’ultima tentazione dell’Ulivo in realtà è il «proporzionale» interno: cercare di sfruttare con tanti simboli quella legge fino all’altro ieri condannata. Di Pietro sembra fiutare aria di tradimento: «Ci dicessero le cose come stanno: chi sono questi interlocutori di cui si parla tanto? Usciamo dall’ipocrisia».